Il terribile calcolo che nessun vuol fare (ad alta voce)

Qual è il valore di una vita umana?

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scritto da Roberto Tamborini
Articolo apparso anche su eticaeconomia.it

La contrapposizione tra “aperturisti” e “rigoristi” delle disposizioni anti-Covid, che aveva non poco condizionato la vita del governo Conte II, sta marcando anche gli esordi del nuovo governo, nonostante l’obbiettivo aggravamento della situazione epidemica. Le ragioni della salute e dell’economia mettono in gioco il “terribile calcolo” del valore della vita umana (grim calculus, secondo la celebre copertina dell’Economist del 4 aprile 2020), il quale richiede di prendere posizione su due questioni fondamentali: se il valore di una vita sia negoziabile, e sia quantificabile.

I “rigoristi” tendono a dare risposte molto restrittive, o assolutamente negative, puntando quindi a minimizzare i decessi, a qualunque costo. La gran parte dei governi ha agito seguendo un rigorismo bilanciato da considerazioni economiche. All’estremo opposto gli “aperturisti”, se si esaminano parole, opere e omissioni di alcuni leader come Trump, Bolsonaro, Modi, Johnson (prima maniera), o Salvini e Meloni in Italia, enfatizzano i costi economici delle restrizioni, e usano argomenti retorici del tipo: “fanno più danni le restrizioni del virus”, e “non si muore solo di Covid ma anche di fame”. Queste prese di posizione hanno lo scopo di recepire e dare voce alle sofferenze economiche delle categorie più colpite dalle restrizioni sanitarie, e fare pressione sui ministri del Tesoro per erogare generosi aiuti, senza dubbio doverosi, ma soffrono di un’intollerabile ipocrisia. Si guardano bene dal rispondere alla domanda (che, a onor del vero, nessuno rivolge loro): quante vite vale una chiusura in meno? D’altra parte accusarli di essere incoscienti o immorali non sembra particolarmente efficace. Forse è meglio stanarli sul terreno del terribile calcolo.

Un escamotage per aggirare l’ostacolo è la retorica della massima sicurezza. Le autorità sanitarie hanno predisposto protocolli di sicurezza per diversi tipi di attività economiche e sociali per minimizzare i rischi di contagio. Molti imprenditori e gestori di tali attività li hanno messi in atto e hanno sostenuto costi anche notevoli per farlo. Però le stesse autorità ci hanno anche spiegato che il rischio zero non esiste. Inoltre la promessa dell’apertura in massima sicurezza in genere non considera che i fenomeni epidemici si sviluppano con una dinamica interattiva di rete che va ben oltre i singoli punti di contagio. I bar, i negozi, il cinema, le scuole di un quartiere, tutti “sicuri” singolarmente presi, ma non a rischio zero, in breve tempo possono generare un contagio molto vasto per la legge statistica della frequenza dei contatti (il fenomeno misurato dal famoso coefficiente Rt) semplicemente perché le persone si spostano e s’incontrano anche altrove.

Gli “aperturisti” non hanno il coraggio di fare il terribile calcolo ad alta voce perché sanno che crea repulsione. Tuttavia esso è presente nella nostra vita molto più di quanto siamo disposti ad ammettere. A partire dalla possibilità di stipulare un’assicurazione contro i rischi di malattie, infortuni e morte, che presuppone che calcoliamo quanto siamo disposti a pagare (willingness to pay) per ricevere un risarcimento nel caso dell’evento assicurato. Ciò vuol dire che attribuiamo un valore monetario alla nostra salute, o alla vita stessa, che non è infinito, altrimenti saremmo disposti a pagare qualunque cifra per essere assicurati, e le compagnie assicurative non esisterebbero in quanto non potrebbero pagare una cifra infinita in caso di morte. Lo stesso argomento si applica a persone che svolgono professioni con rischi significativi a fronte dei quali esse accettano delle indennità aggiuntive alla remunerazione base (willingness to accept). Non solo l’attività assicurativa, ma anche quella forense ha molto spesso a che fare col terribile calcolo, allo scopo di stabilire il risarcimento dovuto a chi subisce un danno fisico, inclusa la morte, determinato da altri. E’ ben vero che il risarcimento non riporta in vita chi è deceduto, ma la gran parte di noi lo ritiene un atto di doverosa giustizia.

L’esperienza inedita della pandemia ha fornito altre evidenze sul campo. La reazione delle persone al pericolo è diversificata. C’è chi si protegge in maniera molto stretta volontariamente, chi segue le indicazioni delle autorità sanitarie, e chi preferisce comportarsi in maniera “normale” rifiutando la cosiddetta “dittatura sanitaria”. I comportamenti sono diversi, ma ciascuno ogni giorno fa il proprio terribile calcolo per decidere “quanto vale la pena” sacrificarsi per proteggere la propria salute e, occorre aggiungere, quella degli altri.

Il problema della valutazione economica della vita umana può avvalersi di diversi metodi di calcolo, che però danno risultati molto diversi tra loro, dipendendo dalle ipotesi iniziali, dal contesto a cui si applicano, dalle finalità. Attualmente gode di ampio consenso l’approccio basato su disponibilità a pagare e disponibilità ad accettare (W. Kip Viscusi, Pricing lives: Guideposts for a safer society, Princeton U.P. 2018).  Due rassegne giornalistiche ben fatte (Stefano Feltri, Il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2020 e Francesca Coin, Internazionale, 5 gennaio 2021) riportano valutazioni di esperti tra i 5 e i 14 milioni di euro. Queste valutazioni sono in linea con quelle riportate da Basili e Franzini sul Menabò del 14 dicembre 2020. In Italia esiste un minimo legale di copertura dei rischi di danni alle persone di 6 milioni applicato alle polizze che conosciamo (o dovremmo conoscere) meglio, quelle delle nostre autovetture, dove la copertura standard si aggira intorno ai 7-8 milioni di euro, una valutazione simile a quella stimata da Viscusi.

Può essere utile uno sguardo ai grandi numeri. Per fare una comparazione economica precisa dobbiamo considerare il 2020, di cui abbiamo i dati consuntivi. Secondo Istat la perdita di PIL è stata di 139,4 miliardi, il 7,8% dell’anno precedente. I decessi sono stati 73.600, equivalenti, in base al minimo legale di 6 milioni, ad un costo attuariale di 414,6 miliardi ossia il 24,7% del PIL del 2019.  Per avere un’idea dell’ordine di grandezza in ambito assicurativo (dati IVASS), nel 2018 gli italiani versarono 20 miliardi di premi assicurativi per il ramo vita, il quale pagò risarcimenti per 76,9 miliardi. Le riserve tecniche (quanto le compagnie accantonano per fare fronte ai risarcimenti) ammontarono a 690,4 miliardi. Seppur calcolati al valore minimo, i risarcimenti universali per i decessi da Covid-19 avrebbero assorbito i 3/4 delle riserve delle assicurazioni e i 2/3 del loro intero patrimonio. E per non complicare ulteriormente il quadro non consideriamo i danni subiti dagli ammalati sintomatici con esito positivo (cfr. Basili e Franzini, citati sopra). E’ più repulsivo fare questi calcoli sul valore delle vite perdute o ignorarli nel computo dei danni, e dei risarcimenti, della pandemia?

Possiamo provare ad avvicinarci al terribile calcolo, con molta cautela, anche da un’altra angolazione. Un rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità (n. 1/2021) ha stimato che il rapporto di letalità (decessi/contagi) in Italia è del 4,3%. In altre parole, se osserviamo la popolazione colpita da Covid-19, ogni 25 contagiati troviamo un deceduto. In termini attuariali, ogni 25 contagiati emerge un danno di 6 milioni, o se vogliamo, ogni contagiato in più comporterebbe un costo assicurativo di 240 mila euro. Qual è la probabilità di contagio in un’attività aperta al pubblico? Per i lavoratori, INAIL elabora le stime sui rischi di contagio nei diversi settori economici; per soggetti esterni l’Istituto Superiore di Sanità dispone di alcune stime. In linea teorica possiamo quindi dire che se un’attività economica presenta un rischio di contagio r, con un numero di presenze annuali N il costo assicurativo di tale attività è di

r´N´240.000€

Si badi bene che il concetto di attività rischiosa e il calcolo della copertura del rischio (come nel caso delle banche, delle compagnie aree o delle professioni recanti responsabilità civile) non presuppongono la colpa diretta del danno. Tenere aperto un ristorante, una piscina, un teatro durante una pandemia è intrinsecamente rischioso per la salute pubblica, anche se non c’è (necessariamente) una relazione diretta, ma solo statistica, tra chi vi si reca, quanti si contagiano e quanti decedono. Dunque il bilancio sociale di questo tipo di attività, che dovrebbe interessare l’autorità pubblica, è dato dalla differenza tra il suo valore economico (es. il fatturato annuale) e il costo assicurativo. L’autorità pubblica ha il dovere d’intervenire solo se il bilancio sociale tra benefici e danni è negativo? No.

Supponiamo che l’autorità pubblica non faccia nulla (né chiusure, né ristori, né risarcimento dei decessi). Il risultato darebbe luogo a un conflitto distributivo tra soggetti privati: coloro che godono del beneficio economico dell’attività e coloro che subiscono il danno dei decessi. E’ un classico caso di “esternalità negativa”, presente da lungo tempo nei manuali di economia (l’esempio più comune è la fabbrica che inquina). Il fatto che il titolare dell’attività non paghi il costo del rischio che concorre a produrre costituisce un vantaggio indebito ovvero un’appropriazione indebita di risorse altrui. Anche prescindendo dal giudizio etico sul danno specifico (la perdita di vite umane), i princìpi generali di equità ed efficienza richiedono che le esternalità negative siano corrette da un intervento pubblico. Quello che stiamo osservando nella gran parte dei paesi consiste nella chiusura delle attività rischiose con il risarcimento dei titolari.  Ma ci sono altre soluzioni, in teoria, che costituirebbero un buon test della logica aperturista.

La prima è che l’autorità pubblica faccia il contrario: non chiude le attività rischiose, ma risarcisce le vittime di Covid-19. Il crudo confronto delle cifre presentate prima non sembra favorevole dal punto di vista delle finanze pubbliche, ossia dei contribuenti. Nel 2020 il governo ha stanziato circa 160 miliardi di aiuti e ristori, anziché 414,6 di risarcimenti per i decessi calcolati al minimo legale. Ed è prevedibile che l’assenza di restrizioni avrebbe determinato assai più decessi.  Inoltre sorge un’obiezione giuridico-morale, forse più rilevante. La Costituzione attribuisce allo Stato il dovere della tutela della salute dei cittadini; pare arduo rispettare tale mandato non facendo nulla per impedire la diffusione della pandemia, limitandosi a risarcire i familiari delle vittime.

La seconda, ispirata al celebre Teorema di Coase (R. H. Coase, “The problem of social cost”, 1960), è di lasciar contrattare le parti, che possiamo applicare così: chiunque desidera continuare a condurre liberamente un’attività rischiosa può farlo a condizione di coprire il costo del rischio sanitario, per esempio contribuendo ad un fondo di categoria per il risarcimento dei danni pandemici. L’aspetto attraente di questo sistema per l’autorità pubblica è che potrebbe liberarsi del fardello morale, politico ed economico di fare il terribile calcolo al posto dei singoli individui direttamente interessati. Quali attività rimarrebbero aperte, e quali chiuderebbero, sarebbe il risultato spontaneo delle valutazioni individuali, la disponibilità a pagare per la copertura del rischio da parte del titolare dell’attività e la disponibilità ad accettare l’indennizzo a fronte del rischio da parte dei clienti. Chissà se le chiusure sarebbero di meno, o di più, di quelle imposte dal governo.

Perché nessun paese ha intrapreso questa strada? Perché presenta ostacoli insormontabili. Per esempio, i protocolli INAIL per l’assimilazione dei casi di Covid-19 agli infortuni sul lavoro andrebbero estesi alla clientela di tutte le attività aperte al pubblico. Stabilire il costo della copertura del rischio per ogni tipologia di attività, accertare che l’attività sia condotta rispettando i criteri di massima sicurezza, stabilire con precisione le fattispecie che danno titolo al risarcimento, fornire completa informazione e istruzione a tutte le parti in causa in modo da evitare la sottovalutazione del rischio, sono tutti problemi endemici dei contratti assicurativi che verrebbero amplificati a dismisura. Ma non sono da trascurare, anzi vanno messe in primo piano, le valutazioni morali dei cittadini. Ho già citato l’aspettativa, sostenuta dalla Costituzione, che lo Stato abbia un ruolo attivo nella prevenzione delle malattie. La monetizzazione del danno è accettabile fino al punto in cui il danno è percepito come un rischio residuale una volta sia stato fatto tutto il possibile per evitarlo. In questi mesi si sono levate voci “liberali” di critica del paternalismo governativo, ma c’è anche una “domanda di paternalismo”, che cerca il giusto bilanciamento tra libertà e responsabilità individuale, da un lato, e, dall’altro, senso di protezione pubblica, di appartenenza ad una collettività, che si manifesta in un indirizzo comune espresso da chi è stato eletto per governarla (nel senso, anche, etimologico della parola).

In conclusione, sul piano morale, giuridico ed economico non sembrano disponibili soluzioni superiori a quelle adottate finora dal governo precedente e dall’attuale. Ma informare l’opinione pubblica che per ciascuna vittima di Covid-19, come per le vittime della strada, un beneficiario avrebbe diritto di ricevere 6 milioni di euro da qualcuno, potrebbe aiutare ad affrontare con minor ipocrisia il dibattito sulle riaperture.

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