SHE-cession, MAN-cession, RE-cession

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di Paolo Barbieri

Un recente articolo di tre colleghe che utilizza microdati Istat Forze Lavoro per tutto il 2020, contribuisce a fare chiarezza su una situazione che da troppo tempo sembrava attorcigliata attorno ad una visione unilaterale di quelle che dovevano essere “le vittime” occupazionali della pandemia: le donne o gli uomini? Qualsiasi posto perso, ovviamente, rappresenta un problema economico e sociale perché dietro c’è una persona in carne e ossa che resta senza lavoro, e dietro a lei ci sono famiglie, figli, necessità e consumi da ridurre all’osso, preoccupazioni per il futuro e legittime paure, ma per rispondere alla domanda relativa alla “she-cession” o meno dobbiamo fare un lungo giro. Armatevi di pazienza, dunque. In queste note introdurrò prima di tutto il discorso del modello occupazionale e di welfare “residualista” che era ed è ancora, in larga parte, proprio del nostro paese; quindi tratterò del ruolo del welfare e del suo mancato adattamento istituzionale ai mutamenti del sistema economico-produttivo (e conseguentemente occupazionale) nonché ai rischi sociali che da questo discendono. Infine, propongo alcune riflessioni su come l’adozione di logiche identitarie micro-corporative finisca con il creare problemi rispetto ad un approccio scientifico alla scienza sociale, applicato alla comprensione del modello occupazionale di cui sopra e ai rischi di esserne esclusi in base al genere dei soggetti.

Sosterrò che in questo paese i lavoratori e le lavoratrici, nel loro insieme, pagano prezzi altissimi per l’assenza di un sistema di tutela contro la disoccupazione generalizzato (cioè non assicurativo e non limitato ad alcune categorie di occupati) e di politiche di welfare adeguate ai nuovi rischi sociali che, è storia nota ormai, non possono più essere affrontati con un approccio di welfare puramente assicurativo e con un modello socio-occupazionale “un posto di lavoro a famiglia – in genere al maschio capofamiglia”. La crisi di un sistema di welfare e riproduttivo centrato sul modello della famiglia “monoreddito” (male-breadwinner) risente pesantemente delle sue radici produttive e sociali novecentesche, “fordiste”, che vedevano nel “family wage” il meccanismo funzionale alla gestione di conflitti sociali forti e di problemi sociali in crescita – primo fra tutti quello della “mercificazione” della forza lavoro potenziale – cioè dell’inserimento di giovani e donne nel mercato del lavoro. Problema che quel modello non risolse allora e non risolve oggi, non sciogliendo il dilemma fra “equality, employment e budgetary restraint”: il Service Trilemma, come viene identificato in letteratura (Iversen, Wren 1998).

Il modello “conservatore” a cui anche il nostro paese appartiene, rimase – e rimane ancora oggi, nel bene e nel male – centrato sul perseguimento di Equality e Fiscal constraints (come in qualsiasi trilemma, solo 2 obiettivi su 3 sono perseguibili) sacrificando l’obiettivo della crescita occupazionale. Ancora oggi, meno di una donna in età attiva su due è occupata, il che non è solo uno scandalo e una diseguaglianza iniqua, ma anche uno spreco economico non indifferente. Le poche occupate sono donne altamente istruite e per lo più nel pubblico impiego o comunque non concentrate in attività di servizi labor intensive (è per questo motivo che il gender wage gap in Italia è fra i più bassi in Europa). Questo equilibrio “conservatore” sempre più risente degli anni e delle mutate condizioni di contesto macro, faticando a restare “efficiente”. Crescita della diseguaglianza economica e deregolamentazione del mercato del lavoro “ai margini” con conseguente precarizzazione del lavoro (e delle vite) di coloro che dovrebbero inserirsi nella vita adulta (attraverso l’accesso all’occupazione) sono sotto gli occhi di tutti e qui sul sito LIW abbondano i Working Papers che analizzano questi fenomeni e le loro ricadute in termini di diseguaglianza fra coorti, generi, classi e famiglie…

E’ a questo punto della storia che il ruolo del welfare diventa ancor più centrale. Nel passaggio da una società e un sistema di produzione e riproduzione industrial-fordista ad un sistema post-industriale, altamente terziarizzato e anche per questo “precarizzato” (cioè più instabile, meno sicuro, più soggetto al mutamento) il welfare diviene elemento essenziale per una società che non voglia cedere a logiche disgreganti della coesione sociale: allorché il radicamento nei ruoli produttivi, con la sicurezza economica che ne consegue, è sempre meno stabile, la coesione dev’essere assicurata da un’espansione dei diritti sociali di cittadinanza:  citando Schumpeter,  «Motorcars are traveling faster than they otherwise would because they are provided with brakes» (1942) (enfasi aggiunta).

Nel nostro paese invece, il mancato adattamento istituzionale del sistema di welfare tradizionale, ‘familial-lavorista’, alle mutate condizioni economico-produttive e contestualmente alle mutate costellazioni di rischi sociali che emergevano e che venivano ad integrare (ma non a sostituire) i tradizionali rischi sociali del periodo fordista (disoccupazione, malattia&infortuni, vecchiaia: cioè il venir meno della capacità lavorativa del breadwinner) ha favorito il dilagare di nuove forme di diseguaglianza istituzionalmente originate e “non gestite” da un sistema di protezione sociale caparbiamente ancorato a protezione di vecchie costellazioni di rischi (e relativi soggetti).

Il venir meno di un modo di produzione a forte caratterizzazione “industriale” e delle forme di tutela pubbliche e associative che lo caratterizzavano, non significa però che sia venuta meno la distinzione fra capitale e lavoro, con i suoi annessi di stratificazione sociale, di privilegi di classe e di iniqua distribuzione di risorse all’interno della società. Ciò che invece è venuta meno è la capacità di vedere i cambiamenti come nuove forme di quello che una volta i sociologi chiamavano il “conflitto sociale”, fra capitale e lavoro, e di comprendere la necessità di adottare un’ottica di cittadinanza (sociale, economica, politica) unificante contro le infinite logiche di segmentazione e frammentazione che attraversano le società occidentali odierne (che restano capitalistiche anche se espressioni di un capitalismo diverso da quello novecentesco). Al contrario, la “fine dell’operario massa” non ha portato alla comprensione delle dinamiche alla base del sorgere di nuove forme di “operaio sociale” ma ha invece sdoganato, anche fra coloro che dovrebbero tutelare e rappresentare il mondo del lavoro, la corsa alla ricerca della propria “nicchia da rappresentare” e di cui farsi paladini e paladine. Da una logica di cittadinanza (attraverso il lavoro) ad una logica di identità, in cui le identità sono frammentarie oltre che potenzialmente infinite.

Il dibattito su chi sia più colpito dalla “disoccupazione da pandemia” è la rappresentazione di questo pessimo momento sociale (e dell’altrettanto pessima condizione in cui si trovano le scienze sociali): una parte delle commentatrici e dei commentatori – alcune delle quali persone solitamente assennate e competenti – a perorare la causa delle donne-vittime contro la stessa evidenza fattuale e contro, soprattutto, la stessa logica: in primo luogo perché è evidente che dato il modello macro “conservatore” che non favorisce la crescita occupazionale (nei servizi low cost – low wage – low productivity – labor intensive) le vittime sono per costruzione altre (in genere giovani, precari, e maschi low-qualified); in secondo luogo perché è evidente che, nella nostra attuale situazione, blocco dei licenziamenti e utilizzo massiccio della CIG hanno sin qui protetto (altro effetto distorsivo di questo welfare) la forza lavoro “industriale” e quindi per lo più maschile: https://www.istat.it/it/files//2021/02/Il-Mercato-del-lavoro-2020-1.pdf). Due sono pertanto le conclusioni che emergono dal dibattito “she/he cession”: in primo luogo, la she-cession è questione che riguarda altri modelli di capitalismo, altri mercati del lavoro, dove una massa di attività di servizi low wage – low productivity sono affidati a donne (e migranti e low qualified…). In secondo luogo, il nostro paese ha un problema di welfare ancora “tradizionalmente” ancorato a protezione di modelli occupazionali “tradizionali/maschili” (la CIG essendo un provvedimento di welfare assicurativo, in larga parte) prima che di mercato del lavoro.

Da noi, però, l’adesione a logiche identitarie ha fatto sì che una serie di commentatrici e commentatori rivendicassero la sofferenza come proprietà esclusiva di una specifica categoria, riducendo a richiesta di riconoscimento quello che avrebbe potuto essere (o meglio: avrebbe dovuto essere) la base da cui muovere per porre in modo chiaro e universalistico il problema di questo paese: l’inadeguatezza di un sistema di welfare che costa poco ma protegge pochi e non necessariamente i più esposti ai (nuovi) rischi sociali. Rivendicare primazie (di genere o di qualsiasi altra caratteristica) e quindi politiche categorial-corporative appositamente dedicate, come se il genere (o qualsiasi altra caratteristica) potesse costituire il fondamento di una sorta  di “classe in sé” invece che un meccanismo sociale di  allocazione della diseguaglianza – accanto ad altri meccanismi non meno potenti: classe occupazionale e di origine, coorte di nascita, istruzione, etnia, reddito e patrimonio, territorio, solo per ricordarne alcuni – è la fotografia di una scienza sociale impoverita nella sua capacità di distinguere, analizzare e prevedere le nuove distribuzioni di rischi nella società e nei suoi diversi sistemi di stratificazione.

E’ drammaticamente esemplificativo di questo trend il commento di una segretaria confederale UIL alla decisione di Istat di considerare “non occupati” gli individui in Cassa Integrazione da oltre tre mesi di tempo: una decisione – imposta dall’adeguamento ai regolamenti europei delle statistiche sulle forze lavoro – assolutamente ragionevole, oltre che dovuta.

Tale reazione (riportata in un recente articolo del Corriere: Lavoro, un milione di posti persi- Corriere.it), ricorda tristemente le proteste sorte allorché nei primissimi anni ’90 Istat adeguò la definizione di “disoccupati in cerca di impiego” alle stesse normative Europee – il che è un segnale della persistente arretratezza del dibattito in materia di lavoro. Cito: «Il cambiamento della metodologia ci lascia alquanto perplessi — dice Ivana Veronese della Uil — perché finisce per alimentare in maniera inappropriata il bacino statistico degli inattivi» [che è il motivo per cui la modifica è stata introdotta: dare una rappresentazione più realistica delle dinamiche di mercato del lavoro e della conseguente distribuzione del rischio non-occupazione]. Tanto più, sottolinea la segretaria confederale, in quanto le modifiche dettate dal regolamento Ue, «fanno scomparire il tema “donna”, facendo invece risaltare una questione “uomo”»Il problema, quindi non è che siano troppe le persone rimaste senza lavoro in conseguenza della crisi, così come non è nemmeno dato dal fatto che in questo paese manchi ancora un compiuto e universalistico sistema di protezione dei lavoratori e delle lavoratrici che restano disoccupati e quindi privi di un reddito con cui provvedere (o contribuire a provvedere) ai bisogni delle famiglie, ma che si faccia risaltare una questione “uomo” al posto di una questione “donna”. IL problema è che considerando (ragionevolmente) un cassintegrato di lungo periodo come disoccupato, si modifichi l’immagine (del resto falsa: si riveda l’articolo di Vitali, Brini e Scherer) delle donne come vittime occupazionali della pandemia, quindi bisognose e meritevoli di una considerazione politica ad hoc e pertanto di politiche particolaristiche, a loro destinate (e solo a loro?).

Due sono i punti che colpiscono in questo passaggio: in primo luogo, il fatto che non esistono disoccupati, non esiste la realtà oggettiva di chi è rimasto privo di un lavoro, ma i disoccupati e le disoccupate sono “fatti risaltare”, cioè esistono in quanto evidenziati da una pratica comunicativa – il conteggio. Non hanno fame, sono solo numeri politicamente spendibili… In secondo luogo, più seriamente, le considerazioni proposte dalla sindacalista UIL sono l’apoteosi delle logiche identitarie e categorial-corporative opposte a qualsiasi logica di cittadinanza e di universalità della stessa “classe lavoratrice” – ed al contempo una dimostrazione di egoismo sociale paurosa.

Eppure qualche voce dal deserto si era fatta sentire, in questo vuoto politico imperante. Ne ricordo un paio, diverse fra loro. Mark Lilla, scienziato politico della Columbia University, scrive della necessità, per un pensiero ed una prospettiva liberale e progressista, di riscoprire una logica di cittadinanza sociale contro logiche identitarie di fatto regressive e divisive. Sostenendo approcci teorici postmodernisti e battaglie politiche basate sulle varie forme di appartenenze identitarie, la scienza sociale e la sinistra liberale occidentali hanno abdicato a quello che dovrebbe essere il loro ruolo. L’adesione a visioni acriticamente impostate al relativismo e al costruttivismo sociale ha favorito l’espansione del peggior individualismo pro-mercato, in cui l’atto fondante è solo il consumo individualizzato. Nancy Fraser, altra voce fuori dal coro, parla di “ancelle del capitale” riferendosi alle militanti femministe che non comprendono come le rivendicazioni isolate e micro-corporative si riducano a richieste di riconoscimento particolaristico, compatibilissime con la logica atomistica di un sistema che dalla frammentazione sociale riporta consenso crescente ed acquiescenza sociale.

L’ossessione per l’io e per il discorso che premia le “differenze” a prescindere, caratterizza qualsiasi logica identitaria ed è alla base di un modo di fare scienza sociale come attività politicamente ispirata da un’etica di convinzione (la c.d. sociologia pubblica o emancipazionista) piuttosto che da un’etica di responsabilità scientifica. Ma così facendo, anche da un punto di vista “politico”, si favorisce il concentrarsi dell’agire di policy sulle divisioni invece che su ciò che si condivide come cittadini, impedendo alla stessa azione politica di immaginare un futuro per tutti. Ma soprattutto per i più deboli.

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