Friends or foes? Robot e dinamiche occupazionali in Italia nel corso dell’ultimo decennio.

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Autore: Silvio Traverso

Sin dai tempi di Prometeo, la relazione tra uomo e progresso tecnico è stata di natura ambivalente. La frontiera tecnologica delimita infatti il campo delle possibilità umane e ogni sua variazione è potenzialmente foriera di cambiamenti sociali che, comprensibilmente, suscitano un misto di fiducia, ansia e diffidenza. Tali tensioni appaiono tanto più evidenti nei casi in cui ci si aspetta che il progresso tecnico non produca effetti neutrali ma favorisca alcuni gruppi a discapito di altri.

Non stupisce dunque che il recente e rapido sviluppo di tecnologie in grado di automatizzare un sempre maggior numero di attività e mansioni un tempo considerate appannaggio esclusivo di lavoratori in carne e ossa abbia destato preoccupazioni circa le sue potenziali ripercussioni sui mercati del lavoro. Infatti, la crescente disponibilità di tecnologie dell’automazione ogni giorno più raffinate – e a prezzi sempre più competitivi – ha contribuito a dare nuovo impulso al dibattito sulla disoccupazione tecnologica. Nello specifico, il timore è che nel medio periodo la diminuzione di posti di lavoro indotto dall’automazione sia superiore alla capacità del sistema economico di crearne di nuovi, producendo quindi un saldo occupazionale negativo e, potenzialmente, un aumento della disoccupazione e dei molteplici sintomi di malessere sociale ad essa connessi. Come se ciò non bastasse, la peculiare traiettoria seguita dal processo di innovazione tecnologica nel corso degli ultimi decenni ha fatto sì che le professioni maggiormente esposte al rischio di automazione fossero quelle che richiedono un livello di competenze relativamente basso e che prevedono lo svolgimento di attività e mansioni di carattere routinario. Considerando che i livelli retributivi associati a tali professioni già si collocano nella parte medio-bassa della distribuzione del reddito, il rischio associato all’automazione non riguarderebbe soltanto un aumento generale della disoccupazione ma anche una polarizzazione del mercato del lavoro.

Sebbene l’automazione assuma spesso forme immateriali (si pensi, ad esempio, a software in grado di interagire con una controparte umana e fornirle diversi tipi di assistenza), i robot industriali ne “incarnano” probabilmente la manifestazione più concreta e, sicuramente, una delle più discusse. Negli ultimi anni infatti, complice anche una buona disponibilità di dati relativi agli stock e alle nuove installazioni di robot industriali, lo studio dei loro effetti sul mercato del lavoro ha rappresentato uno dei principali filoni della ricerca economica, attirando l’interesse di studiosi provenienti da diverse branche della disciplina.

La letteratura esistente, tuttavia, non ha prodotto risultati univoci e anche tra gli “addetti ai lavori” un consenso tarda ancora a formarsi. Alcune analisi, infatti, suggeriscono che l’adozione di robot abbia effettivamente prodotto un effetto negativo su occupazione e salari, e sembrano dunque avallare i timori insiti nella tesi della disoccupazione tecnologica. Altri studi, tuttavia, non hanno trovato traccia di conseguenze negative dell’introduzione di robot sulle dinamiche del mercato del lavoro.

In questo secondo gruppo si colloca un recente studio su quanto avvenuto in Italia nel corso degli ultimi anni firmato da un gruppo di ricercatori dell’Università di Trento, dell’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP) e dell’Istituto di Statistica della Provincia di Trento (ISPAT).[1] I risultati di tale studio, che fonda la propria strategia empirica su una nuova metodologia che mette in relazione robot e lavoratori in base al grado di affinità tra le attività rispettivamente svolte, suggeriscono che nel corso dell’ultimo decennio l’introduzione di robot industriali non abbia prodotto effetti negativi sul tasso di occupazione. Al contrario, le evidenze empiriche sembrano suggerire che essa abbia contribuito – seppur in misura limitata – a ridurre il tasso di disoccupazione. Inoltre, mentre le categorie occupazionali potenzialmente esposte al rischio di sostituzione da parte dei robot industriali non sembrano nel loro complesso aver risentito dell’introduzione di questi ultimi, essi risultano avere avuto chiare ripercussioni positive su alcune specifiche categorie di lavoratori. In particolare, i posti di lavoro destinati agli “addetti ai robot”, ossia a tutte quelle figure professionali che, a diversi livelli, si occupano della programmazione, dell’installazione e della manutenzione dei robot, sono aumentati di circa il 50% in poco meno di dieci anni, con un aumento significativamente più marcato in corrispondenza delle zone caratterizzate da una più intenso ricorso ai robot industriali.

Inoltre, nel corso dell’ultimo decennio, l’introduzione di robot industriali nel nostro paese non risulta neppure aver causato una riduzione delle occupazioni ad elevato contenuto routinario. Al contrario, i risultati dell’analisi suggeriscono che nelle zone a più intensa robotizzazione la quota di occupazioni routinarie di tipo cognitivo sia addirittura aumentata. È importante notare come questo risultato sia in disaccordo con una delle previsioni centrali dell’accreditata teoria del “routine-biased technical change” (RBTC). Tale teoria prevede infatti che, per ragioni di natura prettamente tecnica, l’implementazione di processi di automazione andrebbe innanzitutto a spiazzare, rendendole sostituibili, quelle occupazioni in cui i lavoratori svolgono prevalentemente mansioni standardizzate e altamente routinarie.

Se l’impatto dei robot sulle occupazioni di carattere routinario risulta – nello scenario più sfavorevole – irrilevante, altrettanto non si può dire per alcune occupazioni che impongono al lavoratore sforzi di natura fisica. In particolare, la robotizzazione sembra aver contribuito a ridurre in misura statisticamente significativa il peso relativo delle occupazioni che prevedono un intenso impegno del busto e, in particolare, dei muscoli addominali e lombari. Essa risulta invece contribuire positivamente, seppur in modo più debole, alla quota di professioni associate al controllo e all’utilizzo di macchinari e, in generale, complementari ai processi di automazione.

Nel loro insieme, i risultati dell’analisi rivelano la natura complessa della relazione che intercorre tra robotizzazione e dinamiche del mercato del lavoro. Infatti, se da una parte è innegabile che l’introduzione di robot porti all’automatizzazione di attività per le quali era in precedenza necessario l’impiego di lavoro umano, è altrettanto vero che ogni occupazione consta di numerose attività diverse e solo poche di queste possono essere eseguite autonomamente dai robot. Di conseguenza, se il robot può sostituire il lavoratore soltanto nella limitata gamma di attività in comune, quest’ultimo potrà concentrarsi sulle attività rimanenti. A prescindere dalle potenziali ripercussioni positive sulla produttività del lavoratore, è possibile che le attività soppiantate dai robot siano quelle che comportano maggiore onere fisico e/o rischio per i lavoratori. In questo caso, più che sostituire i lavoratori, i robot contribuirebbero a un miglioramento della qualità dell’ambiente di lavoro e i lavoratori stessi potrebbero esercitare pressioni affinché l’azienda provveda a robotizzare determinati passaggi del processo produttivo.

Appare ovvio come simili dinamiche dipendano in modo cruciale da fattori specifici che caratterizzano il contesto analizzato, e questo aspetto contribuisce a spiegare almeno parzialmente perché nella letteratura di riferimento sia possibile trovare risposte diverse a una domanda di ricerca apparentemente simile. Anche assumendo un sufficiente livello di validità interna degli studi, peculiarità associate al luogo e al periodo di analisi possono condizionare in maniera significativa i risultati. Fattori istituzionali, quali ad esempio la natura delle relazioni industriali, possono sicuramente influenzare sia gli incentivi delle imprese a robotizzare determinate fasi del processo di produzione che gli effetti aggregati prodotti dai robot sul mercato del lavoro. Al variare dei periodi e dei contesti produttivi variano anche le problematiche affrontate dalle imprese, e la decisione di ricorrere all’utilizzo di robot può costituire la risposta a problemi di volta in volta differenti. Se in alcuni contesti il movente principale può essere effettivamente ricondotto alla volontà – da parte delle imprese – di risparmiare manodopera, in altri potrebbe dipendere dalla necessità di far fronte alla scarsità di lavoratori in grado di effettuare alcune mansioni, o in altri ancora essere dovuto alla riluttanza della forza lavoro già impiegata all’interno delle aziende a continuare a svolgere determinate mansioni una volta che lo sviluppo tecnologico ha reso disponibili alternative più sicure e/o meno impegnative dal punto di vista dello sforzo fisico. Sebbene questi scenari non siano alternativi, risulta comunque chiaro come la prevalenza di uno piuttosto che dell’altro possa determinare il risultato complessivo. Come effetto diretto il primo scenario comporterebbe infatti una diminuzione dell’occupazione, il secondo un aumento mentre il terzo nessuna variazione significativa.

In generale, lo studio sottolinea come per comprendere gli effetti strutturali dei robot sul mercato del lavoro – e potenzialmente conciliare parte dell’eterogeneità di evidenze presentate dalla letteratura – sia probabilmente necessario focalizzare l’analisi sulle dinamiche di sottoinsiemi specifici della forza lavoro. La relativa stabilità dei tipici indicatori utilizzati per monitorare lo stato di salute dei mercati del lavoro può infatti celare la presenza di significative dinamiche disaggregate che, muovendo in direzioni opposte, finiscono per compensarsi a vicenda. Lo sviluppo di una nuova metodologia empirica che considera non soltanto le informazioni circa i settori industriali in cui robot e lavoratori sono impiegati ma anche il grado di corrispondenza tra le attività svolte dagli uni e dagli altri è infatti da intendersi come uno sforzo volto a indirizzare l’analisi in questa direzione.

In conclusione, come si può valutare l’impatto dei robot sui mercati del lavoro? Sulla base di quanto scritto, dovrebbe risultare chiara la difficoltà nel provare a fornire una risposta definitiva. Da un lato, l’eterogeneità delle evidenze empiriche raccolte fino ad oggi dalla letteratura scientifica non sembra fornire elementi sufficienti a giustificare un eccessivo pessimismo. Dall’altro, si potrebbe argomentare che la rivoluzione della robotica sia soltanto agli inizi ed è sicuramente lecito temere che i suoi effetti più dirompenti debbano ancora manifestarsi. In ogni caso, considerata la rilevanza dei potenziali rischi e delle potenziali opportunità ad essa associate, appare quanto mai importante approfondire ulteriormente la ricerca sull’argomento. A questo proposito, come già discusso, è probabilmente utile cercare di spostare il focus delle future analisi su sottoinsiemi di lavoratori che, per varie ragioni, potrebbero risentire in maniera differenziale delle conseguenze della robotizzazione. In particolare, le dimensioni ideali lungo le quali individuare tali sottoinsiemi dovrebbero idealmente essere riconducibili anche a fattori legati alle specificità del contesto. In questo modo, infatti, le analisi contribuirebbero a rendere più generalizzabili e al tempo stesso individuerebbero le aree di intervento per politiche volte a indirizzare il fenomeno lungo il sentiero desiderato.


[1] Lo studio ha beneficiato del supporto finanziario della Fondazione Caritro (Progetto 2018.0258).

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