La pandemia riduce l’occupazione delle donne – e degli uomini

Da un punto di vista sociale ed economico, sono soprattutto le donne a scontare le conseguenze della crisi pandemica. Negli ultimi mesi è stato ripetuto spesso questo pensiero, motivato dalla convinzione che l’occupazione femminile sia condensata soprattutto nei settori più colpiti dalla pandemia. In questa analisi mostriamo che, almeno in Italia, la presenza femminile non è maggiore nei settori ‘chiusi’ durante la pandemia, e che non è corretto dire che le donne abbiano pagato – e stiano pagando – il prezzo della crisi con il lavoro più degli uomini.

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Autori: Agnese Vitali, Elisa Brini e Stefani Scherer

Hanno fatto molto discutere i dati, diffusi da Istat a febbraio 2021, sul calo dell’occupazione femminile tra dicembre e novembre 2020. Lo svantaggio lavorativo delle donne durante la pandemia, osservato anche in altri paesi, ha portato molti a parlare di ‘she-cession a indicare una recessione che, in campo lavorativo, ha colpito soprattutto le donne.

I trend osservati sul gender gap nell’occupazione durante la pandemia sono generalmente spiegati sulla base di tre fattori: 1) i settori ‘chiusi’ durante la pandemia; 2) i contratti a tempo determinato sono più diffusi tra le donne, contratti che non sono stati rinnovati se in scadenza durante la pandemia; e 3) nelle coppie con figli, la difficoltà nel conciliare lavoro e cresciuti compiti di cura spinge le donne fuori dal mercato del lavoro.

In questo contributo vediamo quanto l’attuale crisi colpisca davvero prevalentemente il lavoro delle donne. Ci focalizziamo sulla prima delle tre spiegazioni e dimostriamo che questa è, almeno nel caso italiano, errata. E mostriamo come l’occupazione femminile non sia stata colpita più duramente di quella maschile.

Poiché la pandemia ha imposto il blocco delle attività (e dei licenziamenti) in molti settori economici, per capire i cambiamenti avvenuti nel mercato del lavoro è bene confrontare diversi indicatori. Lo abbiamo fatto concentrandoci sulla classe di età 25-59, definita ‘prime earning age’ in modo da escludere studenti e (pre-)pensionati, e usando i dati trimestrali trasversali della Rilevazione Continua sulle Forze Lavoro (RCFL) Istat per il 2019 e i primi tre trimestri del 2020 – i dati attualmente disponibili.

Occupazione e ore lavorate

L’occupazione femminile in Italia è notoriamente bassa. Calcolata per la fascia di età 25-59 si ferma al 60%, in contrasto all’80% degli uomini. La Figura 1 riporta un’immagine di sostanziale stabilità nell’occupazione (rispondenti che si dichiarano occupati, includendo i cassintegrati, ‘Occupati A’ in Figura 1) fra i vari trimestri del 2019 e 2020: tra il II trimestre 2019 e 2020, l’occupazione maschile diminuisce di 1,3 punti percentuali, quella femminile di 1,7.

Tuttavia, durante un lockdown, essere occupati non implica aver effettivamente lavorato. Se si considerano gli occupati che hanno lavorato almeno un’ora nella settimana di riferimento, la percentuale di occupati si riduce sensibilmente nel II trimestre del 2020 (‘Occupati B’ in Figura 1): 10,8 punti percentuali in meno per le donne (da 56,3% nel II trimestre 2019 a 45,5% nel 2020), e 14,5 punti percentuali in meno per gli uomini (da 78% a 63,5%). Il calo riguarda dunque più uomini che donne. Nel III trimestre del 2020, invece, la ripresa dell’occupazione ha riguardato soprattutto gli uomini. Per verificare se effettivamente vi è stata una she-cession, cruciale sarà il confronto tra occupazione maschile e femminile nel quarto trimestre 2020.

Figura 1: Percentuale di occupati in età 25-59 anni, per sesso e trimestre (2019-2020)Fig1_Occupation

Fonte: Nostre elaborazione su dati Istat, Rilevazione sulle Forze di Lavoro. Dati trasversali trimestrali 2019-2020. 

Un altro aspetto da considerare riguarda le ore lavorate. Queste diminuiscono per tutti già dal I trimestre 2020, rispetto allo stesso trimestre del 2019. Il divario rispetto al 2019 aumenta nel II trimestre 2020 e svanisce nel III trimestre. La riduzione delle ore lavorate è maggiore per gli uomini che per le donne (Figura 2 panel A), indipendentemente dall’inclusione o meno nel campione di coloro che non hanno lavorato nella settimana di riferimento.

Figura 2: Ore medie lavorate settimanalmente dagli occupati in età 25-59 anni, per sesso e trimestre (2019-2020)Fig2_Orelav

Fonte: Nostre elaborazione su dati Istat, Rilevazione sulle Forze di Lavoro. Dati trasversali trimestrali 2019-2020. 

I settori ‘chiusi’ durante la pandemia sono a maggioranza femminile?

La crisi economica innescata dalla pandemia, si sostiene, colpirebbe soprattutto i settori ad alta densità di occupazione femminile: i settori del commercio, dei servizi e il settore alberghiero e della ristorazione. Un’analisi attenta dei dati sugli occupati per sesso e settore di attività economica mostra un quadro diverso.

I dati aggregati Eurostat 2019 (tratti da RCFL), fotografano la situazione alla vigilia della pandemia. Nel settore del commercio, le donne Italiane sono sotto- (e non sopra-) rappresentate: sono solo il 42% del totale degli occupati nel settore, un dato inferiore alla media europea del 49%, e sono appena il 51% nell’alloggio e ristorazione (Tabella 1).

Tabella 1: Percentuale di donne in età 25-59 anni, per settore di attività economica, 2019Tab1

Fonte: Nostre elaborazioni su dati Eurostat, Employment by sex, age and economic activity [lfsa_egan2].

Per capire se la ‘she-cession’ è legata ai settori colpiti dalla crisi, abbiamo ricostruito, per ciascun settore, il grado di chiusura delle attività imposto dai più importanti Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (dpcm) emanati tra marzo e maggio 2020.

Durante la prima fase del lockdown, scandita dai dpcm di marzo, la percentuale di donne occupate nei settori ‘aperti’ era superiore alla relativa percentuale di uomini: sul totale delle donne occupate, il 54% è in settori ‘aperti’ o ‘quasi aperti’ a marzo e aprile, contro il 39% degli uomini (Figura 3).[1]

Il quadro cambia in seguito al dpcm del 26 aprile 2020 che, con effetto a partire dal 4 maggio, sostanzialmente determina la riapertura della quasi totalità dei settori economici.

Figura 3: Percentuale di occupati in età 25-59 anni al 2019, per sesso e grado di apertura del settore economico durante le prime fasi della pandemia
Fig3_Settori

I dati Istat sull’occupazione femminile sono dunque sbagliati?

No. Sbagliata è la lettura di molti commentatori del dato aggregato relativo al tasso di occupazione per sesso. Questo indicatore ci dice che, considerando le età tra i 15 e i 64 anni, il tasso di occupazione femminile è diminuito di 1,1 punti percentuali nel 2020 rispetto al 2019, mentre quello maschile di 0,8. In termini assoluti, il numero di occupate donne nel 2020 scende di -249 mila unità rispetto al 2019, per gli uomini la variazione è di -207 mila unità (Istat, 2020c. Prospetto 13 p. 18).

Il dato aggregato nasconde differenze tra ripartizioni territoriali, classi di età, cittadinanza e titolo di studio, per citare alcuni importanti elementi di stratificazione usati da Istat nelle pubblicazioni sul mercato del lavoro trimestrale. Un’analisi attenta di queste pubblicazioni mostra, ad esempio, che le donne sopra ai 35 anni non hanno affatto subito uno svantaggio in termini occupazionali rispetto agli uomini. Nel primo trimestre 2020, il calo del tasso di occupazione maschile è identico a quello dell’occupazione femminile: la variazione in punti percentuali tra II trimestre 2020 e stesso trimestre del 2019 è pari a -1,6 per uomini e donne in età 35-49 anni, e pari a -0,8 per uomini e donne in età 50-64 (Figura 4). Anche nel III trimestre la variazione rispetto al 2019 è identica per uomini e donne tra i 50-64 anni (-0,7) mentre per la classe d’età 35-49 anni è addirittura minore per le donne (-0,9) rispetto agli uomini (-1,2) (Figura 5). Sotto ai 35 anni, la variazione è invece più grande per le donne rispetto agli uomini nel II e III trimestre.

Nel IV trimestre 2020, l’occupazione delle donne in età 50-64 addirittura aumenta (+0,8) rispetto allo stesso trimestre del 2019, mentre quella maschile diminuisce (-0,4); per la classe di età 35-49 anni diminuisce di più l’occupazione femminile (-0,6) che quella maschile (-0,2); al contrario, per la classe di età 25-34 anni, l’occupazione maschile (-2,4) diminuisce più di quella femminile (-1,4) (Figura 6).

Nei trimestri II e III, fatta eccezione per le variazioni in base all’età sopra descritte, l’occupazione femminile risente più di quella maschile indipendentemente dalla ripartizione, dalla cittadinanza e dal titolo di studio. Nel IV trimestre, invece, emergono delle novità: l’occupazione femminile è addirittura in crescita (+0,5) rispetto al 2019 nel Mezzogiorno, mentre quella maschile è in calo (-0,5). Tra i cittadini italiani, l’occupazione femminile (-0,2) diminuisce meno di quella maschile (-0,8) e lo stesso avviene tra i diplomati (-1,2 contro -1,7) e i laureati (-0,2 contro -0,4). Queste novità si traducono in una calo tendenziale dell’occupazione rispetto al IV trimestre del 2019 che è superiore per gli uomini (-1) rispetto alle donne (-0,7).

I dati di statistica ufficiale, dunque, non mostrano un netto peggioramento dell’occupazione femminile. Anche nella nota INPS sul IV trimestre da dati LFS pubblicata il 22 marzo 2021 si riporta che “l’aumento congiunturale dell’occupazione, in valore assoluto e nel tasso, è maggiore per le donne che presentano anche un calo tendenziale meno accentuato” (INPS, 2021. p. 9).

Figura 4
Fig4_ISTAT
Fonte: Istat (2020a). Il Mercato del Lavoro. II trimestre 2020.
https://www.istat.it/it/files//2020/09/Mercato-del-lavoro-II-trim_2020.pdf
Figura 5
Fig5_ISTAT
Fonte: Istat (2020b). Il Mercato del Lavoro. III trimestre 2020.
https://www.istat.it/it/files//2020/12/Mercato-del-lavoro-III-trim-2020.pdf
Figura 6
Fig6_ISTAT
Fonte: Istat (2020c). Il Mercato del Lavoro. IV trimestre 2020.
https://www.istat.it/it/files//2021/03/Mercato_lavoro_IV_trim_2020.pdf

 

Conclusione

Non c’è evidenza netta che l’occupazione femminile sia stata più colpita rispetto a quella maschile. Diversamente da quanto spesso dichiarato, l’occupazione femminile non si concentra affatto nei settori rimasti chiusi durante il lockdown in Italia.

Indubbiamente l’occupazione femminile, in termini assoluti, è scesa in modo preoccupante durante la prima ondata della pandemia, e questo costituisce un problema rilevante per le politiche del lavoro. Tuttavia, porre l’accento esclusivamente sul lavoro perso dalle donne non rende giustizia né agli uomini, né alle donne.

Da un lato, la narrazione ‘pubblica’ sullo svantaggio occupazionale delle donne rischia di oscurare un netto peggioramento della situazione lavorativa complessiva, spostando su una dimensione identitaria una questione che invece ha a che fare con la distribuzione dei rischi occupazionali (indipendenti dal genere) e quindi della disuguaglianza sociale, un aspetto estremamente rilevante, soprattutto in Italia.

Dall’altro lato, l’accresciuto carico di lavoro non retribuito per le donne durante la pandemia (Zannella et al. 2020; Del Boca et al. 2020) non si sostituisce, bensì si somma, al lavoro retribuito. La gestione simultanea dei due carichi di lavoro rappresenta un problema, di cui la politica dovrebbe occuparsi seriamente. In quest’ottica, il Decreto Ristori penalizza le famiglie con figli perché limita il congedo speciale (pagato solo al 50%) a chi non può lavorare da remoto e limita il bonus baby-sitting a lavoratori autonomi e al personale dei settori essenziali. Come si legge nel comunicato di Alleanza per l’infanzia del 19 marzo 2021: “si osserva il paradosso per cui il lavoro a distanza viene considerato in questo momento di emergenza pandemica strumento di conciliazione e in alternativa al congedo”.

Riferimenti

Note

[1] È importante calcolare la percentuale di donne occupate in settori aperti o chiusi sul totale delle donne occupate, e non sul totale di donne e uomini (Casarico et al. 2020), perché gli uomini sono presenti in maggior numero nel mercato del lavoro.

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