Il declino italiano.

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di Elisa Brini


Era il 1959 quando il Financial Times conferiva alla Lira il Premio Oscar per la moneta più stabile del mondo. L’Italia era allora al culmine del suo miracolo economico, con la crescita del Paese che sarebbe durata senza particolari interruzioni fino ai primi anni Settanta. Da allora, un’alta disoccupazione, una lunga stagnazione salariale, indici di produttività dei fattori comparativamente bassi, l’erosione delle quote di commercio internazionale, una preoccupante disfunzione politica e un forte aumento delle diseguaglianze – solo per citare alcuni dei possibili sintomi – si sono associati a ritmi di crescita in costante calo.

Tante e differenti sono state le interpretazioni dei motivi di questo ‘declino’. Da un lato, chi sostiene che l’arresto della crescita sia dovuto all’ampio stock di debito ereditato dagli anni Settanta e Ottanta, così come all’esistenza di un settore pubblico particolarmente inefficiente e, secondo alcuni, eccessivamente sviluppato. Dall’altra, chi ne vede l’origine nel ‘divorzio’ fra Banca d’Italia e Tesoro, con il venir meno dell’obbligo della Banca Centrale di acquisto dei titoli del debito pubblico invenduti, e successivamente nell’ingresso dell’Italia nell’Unione Monetaria Europea con i vincoli che ne deriva(va)no.

Questo il tema di discussione affrontato da Francesco Silva, Augusto Ninni e Andrea Capussela nel corso dell’incontro Il declino italiano. Potrà il NextGenerationEU interrompere la “decrescita infelice”?*. Un dibattito non solo retrospettivo, ma proiettato alla possibilità che i nuovi provvedimenti europei possano costituire non solo uno stimolo alla crescita economica, ma anche una leva per superare le annose distorsioni economiche, produttive, nonché socio-politiche che hanno caratterizzato il nostro Paese – indipendentemente dalle fasi del ciclo economico. 

La tesi di partenza di Francesco Silva e Augusto Ninni è che i fattori che hanno condotto l’Italia a uno stato di ‘decrescita infelice’ si annidino negli anni stessi del miracolo economico, ossia nei quarant’anni di maggiore crescita a partire dal secondo dopoguerra. Dal loro punto di vista, dunque, quegli anni a lungo celebrati hanno posto le basi di una evoluzione negativa nei decenni successivi.

Una prospettiva critica condivisa da Andrea Capussela che, lungi dall’abbracciare la nostalgia per gli anni del boom economico, individua negli anni Ottanta i responsabili della ‘malattia cronica’ che affligge l’Italia da ormai quasi mezzo secolo. Anche in questo caso, si tratta di una diagnosi che parte da lontano e non si limita a considerare i meri aspetti economici. Riprendendo un ormai consolidato approccio neoistituzionalista all’economia, la tesi di Capussela è che le difficoltà italiane non siano il ‘semplice’ risultato di una congiuntura economica sfavorevole, quanto piuttosto il frutto di profonde inadeguatezze strutturali, peraltro a beneficio di specifiche élite. Le radici del declino, pertanto, sarebbero da identificare nelle istituzioni economiche e politiche ‘estrattive’ (piuttosto che ‘inclusive’) e nell’ordine sociale, tipicamente chiuso, che sorregge la società italiana.

L’Italia di oggi si è comunque avvicinata alla frontiera tecnologica diventando un paese avanzato. Se nel periodo post-bellico era riuscita a recuperare in fretta il terreno che la separava dalle più sviluppate economie industrializzate occidentali grazie al cosiddetto vantaggio dell’arretratezza, lo sviluppo economico odierno non può più fondarsi sull’acquisizione di tecnologie importate o sull’imitazione dei paesi più sviluppati (come accadde durante il miracolo economico), bensì dovrebbe scaturire dalla capacità di generare innovazione tecnologica. Da un modello di crescita per imitazione si dovrebbe dunque passare a un modello schumpeteriano, legato a un continuo processo di distruzione creatrice. Un processo, però, ostacolato dal formarsi di coalizioni d’interessi organizzati, capaci di ottenere rappresentanza e protezione politica, che si oppongono al processo di trasformazione.

Una lettura condivisibile, ma sin troppo astratta secondo Sandro Trento, professore del Dipartimento di Economia e Management dell’Ateneo, il quale ritiene necessario definire cosa si intenda per ‘coalizioni estrattive’ e propone una lettura alternativa alla logica dei gruppi di interesse. Quella che propone è una visione che divide i soggetti, le categorie e le organizzazioni esposti alla concorrenza (l’industria manifatturiera ne è un esempio), da gruppi socio-economici che ne siano invece al riparo (pubblica amministrazione o ampi pezzi dei servizi e delle professioni). Un secondo aspetto su cui riflettere è quello della distinzione tra incumbents e nuovi entranti, dove i nuovi entranti sono soprattutto le nuove generazioni.

Tuttavia, sottolinea ancora Sandro Trento, la storia italiana ha mostrato momenti durante i quali la politica ha avuto il coraggio di abbracciare un’agenda autenticamente riformista, e di perseguire risultati rilevanti prescindendo da logiche di consenso. La sequenza di questi processi è stata quelle delle idee – politiche – consenso e ci sono stati momenti nei quali la politica in Italia ha elaborato prospettive chiare, delineato politiche credibili e raccolto il consenso. Si pensi a De Gasperi negli anni ’50 o all’entrata nell’Euro alla fine degli anni ’90.

Alla luce dei contributi emersi, il NextGenerationEU potrebbe rivelarsi cruciale per porre mano ai limiti manifestati dall’economia italiana. Il pacchetto di aiuti economici volti a sostenere gli stati colpiti dalla pandemia approvato dal Consiglio Europeo nel luglio 2020, potrebbe infatti favorire il disegno di politiche coraggiose di riforma strutturale, sostenendone i costi alla luce delle non poche risorse rese disponibili dal Piano per la ripresa dell’Europa.

*Ha aperto e coordinato il dibattito “Il declino italiano. Potrà il NextGenerationEU interrompere la ‘decrescita infelice’?” il professor Roberto Tamborini. Gli ospiti Francesco Silva e Augusto Ninni, autori del saggio “Un miracolo non basta. Alle origini della crisi italiana tra economia e politica” (Donzelli, 2019), e Andrea Capussela, autore del saggio “Declino. Una storia italiana” (LUISS University Press, 2019) hanno discusso con il professor Sandro Trento. Il convegno, che si è svolto il 5 febbraio scorso, rientra tra le attività del Laboratorio Lavoro, Impresa, Welfare nel XXI secolo (LIW), finanziato all’interno del Piano Strategico dell’Università di Trento per il quinquennio 2017-2021 e coordinato da Paolo Barbieri, professore presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale e direttore della Scuola di Dottorato in Scienze Sociali. Al progetto partecipano i dipartimenti di Sociologia e Ricerca Sociale, Economia e Management, Psicologia e Scienze Cognitive, Lettere e Filosofia, Facoltà di Giurisprudenza e collaborazioni esterne.

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