Lavoro, impresa e welfare ai tempi del Covid-19

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Autore: Enrico Zaninotto***

Mettere in campo risorse senza limite per sostenere le persone e le imprese per un tempo di cui non conosciamo la durata; alimentare con risorse pubbliche una economia che, in assenza di mobilità delle persone e con ridottissima mobilità delle merci, necessariamente si blocca. Questa è la priorità fondamentale, sottolineata già da molti economisti, ma ora autorevolmente avanzata da Mario Draghi. La mobilitazione completa e incondizionata dei sistemi finanziari è fondamentale per affrontare la situazione. I paragoni con l’economia di guerra valgono fino a un certo punto. In una guerra (almeno finché le distruzioni non portino a un blocco totale dell’offerta), la domanda non manca: si sposta dai consumi agli investimenti, e dagli investimenti produttivi a quelli bellici. Ma, in certo senso, quella di guerra è un’economia che si riconverte, non che si blocca. Se l’offerta non è bloccata dalle distruzioni, la domanda e il lavoro ci sono e richiamano nelle fabbriche le donne, oltre che gli uomini che non sono alle armi. L’economia della pandemia è viceversa bloccata: non c’è modo di sollecitare la domanda laddove merci e persone non si possono muovere. L’analogia con le economie di guerra vale per la gestione del debito pubblico, e su questo Draghi ha lanciato un grido d’allarme importantissimo: non ci si può, né ci si deve, preoccupare dell’entità del debito. “L’alternativa – scrive – una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia e infine per il credito pubblico”.

C’è da sperare che le politiche fiscali e monetarie si orientino nella direzione indicata da Mario Draghi. In questo caso però si apre una sfida a un livello diverso di politica economica: quello delle politiche per il lavoro, le imprese e il welfare. Compito di queste politiche è far sì che i trasferimenti pubblici che potranno avvenire siano il più efficaci possibile per permettere alle imprese e al lavoro di sopravvivere. Ancora Draghi scrive: “La priorità non deve essere solo quella di fornire un reddito di base a coloro che perdono il lavoro. Dobbiamo innanzitutto proteggere le persone dalla perdita del lavoro”, e, aggiungerei io, far sì che le imprese non falliscano portando con sé un patrimonio di capacità umane, imprenditoriali e di capitali materiali e immateriali. Su questo terreno non valgono tanto le politiche nazionali o (lo si spera) europee, tantomeno le scelte delle banche centrali. O meglio, le politiche nazionali possono arrivare a interventi generalizzati di sostegno del reddito e, in certa misura, di alleggerimento della domanda di liquidità da parte delle imprese.

A un altro livello, quello delle politiche locali, si colloca invece il tema di disegnare modelli di intervento mirati a due obiettivi: salvaguardare il patrimonio di capacità dei lavoratori e delle imprese; rendere più breve possibile l’interruzione della vita economica, agevolando un ritorno rapido all’attività: per questo, infatti, non si può aspettare che il rischio di contagio sia annullato (cosa che forse avverrebbe solo con un vaccino), ma ci si deve preoccupare di raggiungere rapidamente un bilanciamento ragionevole tra rischio di contagio e ripresa dell’attività. Su entrambi questi aspetti, la gestione locale degli interventi di sostegno può fare molto.

Sul primo aspetto, credo che sia il momento di sperimentare forme di intervento in cui l’amministrazione pubblica opera come “employer of last resort”. Su questi indirizzi di politica del lavoro e del welfare, il LIW ha già contribuito con un convegno nel quale uno dei più autorevoli proponenti di questo approccio, Randall Wray, ha proposto le sue tesi. Non sono sicuro che le ricette di Wray possano valere in ogni caso (credo che un problema di disoccupazione strutturale non possa essere affrontato con quei metodi). Ma nel caso del rischio di una espulsione di massa dal mercato del lavoro dovuta a fattori contingenti, mantenere a tutti i costi l’impiego (non solo sostenere il reddito) è fondamentale. È chiaro che occorrono strutture pubbliche capaci di indirizzare a impieghi sociali i milioni di persone che rischiano di restare a piedi: ma queste capacità e competenze esistono in alcune situazioni locali. I modi per costruire massivi impieghi non mancano, soprattutto in un periodo come questo. Mobilitare persone e imprese per la produzione e la distribuzione in sicurezza di generi alimentari, aumentare il personale ausiliario nella sanità, per le pulizie e la sanificazione, ma anche per attività intellettuali, come la catalogazione di patrimonio artistico, il tutoraggio per l’insegnamento a distanza, l’assistenza psicologica alle persone sole… Rispetto a un intervento puramente sostitutivo rispetto al privato, si può pensare a forme più integrate che valorizzino la capacità imprenditoriale esistente nel privato e nel mondo del non profit. Nuovi servizi sociali in telelavoro possono essere proposti da privati e finanziati dal pubblico; e laddove vi sia la necessità di lavoro in presenza, il pubblico può offrire mezzi e competenze per operare in sicurezza.

Il problema è che per attivare un meccanismo di questo tipo sarebbe necessaria una struttura pubblica sperimentata, efficiente e capace di agire con rapidità. Cosa oltremodo difficile da costruire in un frangente come questo in cui siamo tutti chiusi in casa. Ma non impossibile, almeno a un livello sperimentale. Potremmo capire molte cose su come lo Stato possa attrezzarsi ad agire e se un approccio di questo tipo allo stato sociale possa essere realistico. Certo, nell’immediato, distribuire a pioggia denaro alle persone e alle imprese, tenere in vita il sistema, insomma, ha la priorità, ma se si salva il lavoro e si danno alle imprese occasioni di realizzare nuovi progetti imprenditoriali, il sistema non sarà solo tenuto in vita con ossigenazione artificiale, ma potrà trovare esso stesso nuove fonti di ossigeno, capitale umano e imprenditoriale potranno non essere dispersi, ma indirizzati verso nuove opportunità.

Sul secondo aspetto, ritengo che, anche a questo proposito, politiche locali ben disegnate possano fare qualcosa. Ridurre il tempo dell’immobilità forzata è fondamentale, sia perché aumenta le possibilità che le attività lavorative sopravvivano, sia perché riduce il costo dell’intervento pubblico e permette di alimentare, quando si manifestassero, i segnali di ripresa della domanda con un’offerta in grado di reagire e di riprendere la propria attività. Di fronte ai rischi della pandemia, i tempi necessari per operare nuovamente in condizioni di relativa sicurezza devono essere abbattuti e il trade-off tra sicurezza ed economia deve essere drasticamente ridotto. Su questo tema ho sentito alla televisione un intervento lucido di Carlo Calenda: è necessario agire fin da adesso per attrezzare le imprese e tutte le attività economiche ad operare in condizioni di sicurezza e a riprendere il lavoro quando i rischi non siano così estremi come quelli attuali. Per questo servono interventi massicci, guidati da indicazioni di esperti sulle modalità operative. Sono stato impressionato da una intervista a Enrico Zobele di qualche giorno fa in cui raccontava come il suo gruppo (che ha impianti, oltre che in Italia, in Cina) abbia dovuto attrezzarsi per continuare a lavorare adeguandosi a standard di sicurezza già sperimentati negli impianti cinesi. Questi comportano cambiamenti nell’organizzazione del lavoro, verifiche continue sullo stato di salute dei lavoratori che operano in sede, strumentazioni adeguate. Il messaggio è: mettiamo chi può farlo senza rischio di contagiare gli altri nelle condizioni per lavorare. Anche qui le politiche pubbliche locali possono essere di grande aiuto, sia per definire standard di comportamento, sia soprattutto per sollecitare soluzioni e investimenti diretti a quello scopo. E in questo modo, con progetti di impiego pubblico dedicati, le due linee di azione si rafforzerebbero reciprocamente.

Utopie o cose troppo difficili di fronte a una emergenza così grave? Certo, nell’immediato, distribuire a pioggia denaro alle persone e alle imprese, tenere in vita il sistema, insomma, ha la priorità. Ma una prospettiva diversa può essere almeno sperimentata almeno nelle situazioni in cui la Pubblica Amministrazione ha mantenuto la capacità di agire rapidamente e con efficienza. E se non ora, quando?


*** Enrico Zaninotto, è professore ordinario di Economia e Gestione delle imprese presso il Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Trento e Presiede il Consiglio statistico provinciale.

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