L’Europa dei popoli distrugge sé stessa

Predichiamo che ci vuole “più Europa” non meno; ma quale, e come?

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Autore: Roberto Tamborini***


Dal 1 febbraio 2020, dopo 47 anni, il Regno Unito non è più parte dell’Unione Europea. Una delle spiegazioni dominanti da parte degli europeisti è, stranamente, la stessa degli antieuropeisti: l’Europa lontana dai popoli, schiava delle burocrazie tecnocratiche. E’ una diagnosi sbagliata, che certifica come gli antieuropeisti ora dettino l’agenda politica europea.

Infatti, le cose stanno precisamente nell’ordine opposto: stiano assistendo all’Europa dei popoli che sta distruggendo sé stessa, come sempre nella storia remota e recente. Gli storici hanno definito la due grandi guerre del Novecento come le “guerre civili europee”. Guerre germinate in contesti poco o nulla democratici, ma anche guerre di popoli l’un contro l’altro armati. I regimi totalitari che hanno condotto l’Europa nel baratro della Seconda guerra mondiale sono stati prodotti da movimenti di popolo colmi di paure, risentimenti e ostilità creati dal conflitto precedente e dalla crisi economica degli anni Trenta. Regimi che infatti, alla vigilia della guerra, erano al culmine del consenso, sebben in un contesto di soppressione delle libertà civili e politiche. Alcuni movimenti politici alla guida degli antieuropeisti di oggi sono discendenti diretti di quei regimi, e non ne fanno mistero.

Come gli Stati Uniti d’America moderni sono stati costruiti sulle ceneri della loro guerra civile, in maniera analoga fu pensato il progetto di costruzione di una nuova Europa. Si dice: il progetto della UE è sempre stato portato avanti da élite illuminate, non è mai diventato un vero demos, un’idea di popolo e di destino comune. In parte è vero, ma poteva essere diversamente, date le radicatissime premesse storiche? Ad ogni modo, per cinquant’anni la costruzione europea è progredita, si è ampliata e approfondita, guadagnandosi il consenso popolare sul campo, in forme indirette, varie e complesse, tra le quali, non dimentichiamolo, anche un ampio e duraturo consenso elettorale per i partiti e i leader politici che si sono mantenuti nell’alveo europeo.

I problemi seri sono cominciati col nuovo secolo, e sono ben noti: globalizzazione, disordine mondiale post-guerra fredda, crisi del modello sociale di mercato europeo, aumento delle disuguaglianze, impoverimento del ceto medio, fino al doppio knock out della grande crisi economico-finanziaria seguita da quella sicurezza-immigrazione. Questi fenomeni hanno inceppato il veicolo principale del consenso de facto al progetto europeo: i suoi “dividendi” di progresso economico e civile, che avevano assopito le antiche diversità, ostilità e divergenze d’interessi tra popoli e governi, rendendo invece tangibili le affinità, le comunanze, le piacevolezze del continente economicamente, culturalmente e civilmente più progredito del pianeta.

Si dice che la crisi dell’ideale europeo, e ora la sua concreta destrutturazione, nascano dall’incapacità di trovare una risposta politica a quei problemi. No: nascono da un ben precisa risposta sbagliata, nel metodo prima, e nelle conseguenze poi. Prendiamo ad esempio la gestione della crisi economico-finanziaria. Come documenta dettagliatamente il bel saggio di Sergio Fabbrini Which European Union? (Cambridge University Press), nei soli tre anni 2010-13 vengono creati a raffica dieci nuovi istituti “di notevole portata politica e complessità istituzionale” (p. 61) che vanno a ridisegnare ambiti a strumenti della politica economica dei paesi membri.[1] Non si può certo dire che la UE sia rimasta con le mani in mano lasciando i propri cittadini in balìa della tempesta. Però si può ben dire che questa intensa attività normativa sia stata l’incubatore della crisi della UE che stiamo vivendo. E non solo perché è difficile individuare uno tra tali provvedimenti che sia stato efficace per governare la crisi, alleviarne i costi economici e sociali, e rilanciare concretamente l’ideale europeo come capacità tangibile di sicurezza e benessere.

Chi ha deciso questi provvedimenti? Sempre e solo il Consiglio europeo. Chi sa cos’è alzi la mano. Lo avete mai sentito nominare nella propaganda antieuropeista? Riporto dal sito ufficiale del CE :

Il Consiglio europeo è costituito dai capi di Stato o di governo degli Stati membri dell’UE, il presidente del Consiglio europeo e il presidente della Commissione europea. Il Consiglio europeo definisce le priorità e gli orientamenti politici generali della UE. Non fa parte dei legislatori della UE e pertanto non negozia né adotta atti legislativi. Stabilisce invece l’agenda politica dell’Unione, generalmente adottando “conclusioni” durante le riunioni del Consiglio europeo, che individuano le questioni problematiche e le misure da intraprendere. Nella maggior parte dei casi, il Consiglio europeo decide per consenso. Tuttavia, in alcuni casi specifici previsti dai trattati UE, adotta decisioni all’unanimità o a maggioranza qualificata.

Sì, avete letto bene, il Consiglio europeo “non fa parte dei legislatori della UE e pertanto non negozia né adotta atti legislativi”. E allora com’è stato possibile creare ben dieci “leggi” così importanti? La risposta è che non si tratta di “atti legislativi” ordinari, spettanti di regola al Parlamento europeo, ma direttamente di accordi intergovernativi o veri e propri trattati internazionali (come ad esempio il famigerato Fiscal Compact). In questo modo, “l’equilibrio istituzionale contenuto nel Trattato di Lisbona [che fonda la UE] è stato alterato in maniera sostanziale […] facendo emergere le istituzioni intergovernative come decisori insindacabili” (Fabbrini, p. 63).

Stando così i fatti, va allora detto a chiare lettere che da lungo tempo il governo della UE è stato progressivamente riportato sotto il controllo diretto degli Stati nazionali e dei loro governi. Infatti, nel CE siedono i capi di governo, ossia gli interpreti legittimi e più prossimi della volontà di ciascun popolo e dei suoi interessi nazionali. L’irresistibile predominio del “metodo intergovernativo” è direttamente proporzionale alla pressione politica esercitata in ciascun paese da partiti e movimenti portavoce del proprio popolo. Come ebbe a dire Jean-Claude Junker quando era Primo ministro del Lussemburgo: “Sappiamo bene cosa dovremmo fare per l’Europa, ma non sappiamo se facendolo verremo rieletti”. Questa che si sta disintegrando è la reincarnazione dell’Europa dei popoli. La burocrazia tecnocratica di Bruxelles, che ci mette del suo quanto ad arroganza e ottusità, c’entra sempre meno o nulla: è diventata solo la mano operativa delle scelte politiche che risultano dai rapporti di forza intergovernativi. È come prendersela col vigile perché applica il codice stradale, anziché con chi l’ha scritto.

La deflagrazione del referendum pro-Brexit ha fatto dimenticare che, poco tempo prima, l’avversione sempre più aspra di ampia parte dell’opinione pubblica tedesca verso la politica monetaria dell’ “italiano” Mario Draghi al vertice della Banca centrale europea, aveva collocato ben altra bomba a orologeria sotto uno dei pilastri dell’Unione monetaria: l’istanza presso la Corte suprema della Germania riguardante l’incompatibilità delle “operazioni non convenzionali” della Banca centrale europea con l’ordinamento tedesco. L’istanza era stata presentata da un gruppo di autorevoli esponenti in nome e per conto del popolo tedesco, il quale ha diretto accesso alla Corte, ed è stata respinta con non pochi affanni. Se fosse stata accolta, altro che Brexit!

Pensate invece, come la stragrande maggioranza degli studiosi indipendenti, che le politiche fiscali e bancarie europee siano sbagliate? Non sarà possibile modificarle finché non ci sarà un leader politico tedesco disposto a rischiare i voti del suo popolo di pensionati e clienti e lobbisti di banche decotte. O uno italiano che avrà il coraggio elettorale di mettere in ordine la spesa pubblica e il debito, e far pagare le tasse in cambio della necessaria condivisione comunitaria dei rischi economici e finanziari. Non ci sarà una difesa comune europea, e una difesa comune delle frontiere, finché il popolo francese non eleggerà un presidente con quel mandato, o con la capacità strategica di darselo. Quanto ad una razionale, equa, ed efficace gestione comunitaria dei rifugiati, chiedere ai popoli dell’Europa orientale.

In questa drammatica fase storica, l’Europa è tornata istintivamente nel suo alveo primordiale, quel del Congresso di Vienna (1815) grazie al quale il negoziato tra potenze nazionali, come alternativa alla guerra, è entrato stabilmente nel DNA degli Stati moderni e della scienza della politica. Esso rimane ancora la “risorsa di ultima istanza”, lo spartito che gli Stati nazionali sanno suonare a memoria, anche in contesti e consessi fondati su princìpi di eguaglianza e pari dignità di tutti i membri, e su sistemi di regole che dovrebbero valere per tutti. Oggi è cambiata la misura della potenza degli Stati europei, che non è più quella militare, ma prima di tutto quella economico-finanziaria, a cui fa seguito quella dell’apparato istituzionale, politico e tecnocratico. L’enorme ed elaboratissima costruzione che contiene gli Stati nazionali europei, nella sua incapacità di sovrintenderli, è, appunto, un contenitore, che limita formalmente lo spazio di sovranità nazionale, e costringe ad una declinazione del metodo di Vienna in modalità, anche lessicali, consone ai princìpi che definiscono il contenitore medesimo. Peraltro, a differenza di due secoli orsono, la potenza nazionale misurata dall’apparato istituzionale, politico e tecnocratico si estrinseca anche, o forse soprattutto, nella capacità di penetrazione e condizionamento della sovrastruttura dell’UE. Un campo di gioco degli Stati nazionali ignoto ai progenitori riuniti nella capitale dell’Impero asburgico, che cambia molto la forma, ma poco la sostanza del gioco.

Infatti la UE continua a costruirsi e definirsi essenzialmente mediante trattati internazionali sottoscritti da Stati sovrani. Tali trattati sono il risultato di negoziati che riflettono i rapporti di forza del momento. I trattati europei hanno però la caratteristica d’essere molto più rigidi, di difficile modifica, di quelli convenzionali. Un posto al sole, o all’ombra, in un trattato europeo è per sempre.

Quando i britannici del “leave“, i cui primi ministri sono sempre stati maestri insuperabili del metodo intergovernativo, e gli antieuropeisti continentali criticano e disprezzano questa Europa lontana dai popoli sono mendaci e ipocriti, ma in un certo senso sono onesti nel voler chiudere definitivamente la partita restaurando apertamente la sovranità nazionale (che è una tragica illusione, ma questa è un’altra questione). Ma cos’hanno da dire, e proporre, gli europeisti? Predichiamo che ci vuole “più Europa” non meno; ma quale, e come? Abbiamo un’idea migliore del metodo intergovernativo?


[1] In ordine cronologico (tra parentesi il più noto acronimo inglese): Meccanismo europeo di stabilità finanziaria (EMFS), Semestre europeo, Six Pack, Euro Plus, Meccanismo europeo di stabilizzazione (ESM), Fiscal Compact, Unione bancaria (comprendente tre istituti distinti), Two Pack.

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