Sulla persistente polemica contro la valutazione, la misurazione della qualità della ricerca e i finanziamenti competitivi europei.

One comment

Autore: Paolo Barbieri***

Ho letto l’articolo sul Corriere di Walter Lapini in cui si scaglia contro la valutazione (questo l’obiettivo del livore) e nello specifico contro i finanziamenti competitivi ERC.

Lapini insegna una materia umanistica e, come molti umanisti, tende forse a ritenersi più un intellettuale morettiano che un ricercatore. Difatti è più presente in qualità di commentatore sulla stampa nazionale che nelle bibliometrie di ricerca scientifica. Vanta un H-index PoP di 7 (sette), 202 citazioni in 34 anni di carriera – salvo omonimie che potrebbero essermi sfuggite, ma che comunque ridurrebbero l’H-index – e un H-index ISI-WOS core collection di 1 (uno). Insomma, prestazioni non proprio entusiasmanti per un ordinario.

Cattura

Il suo è un testo livoroso (oltre che alquanto confuso: che c’entrano i 4 gatti vincitori di ERC con l’Ope Legis?) che non meriterebbe l’attenzione che sta ricevendo, se non fosse che quello espresso da Lapini è un atteggiamento molto più condiviso fra gli accademici nostrani (e non solo) di quanto non si ritenga. Tale condivisione è inegualmente distribuita per settori disciplinari e discipline scientifiche, dipartimenti e territori, con alcune sedi/discipline maggioritariamente contrarie a qualsiasi ipotesi di valutazione della qualità della (poca, di solito) ricerca che producono. Di solito tale contrarietà (atteggiamento che pare faccia molto “progressista/alternativo”) è retoricamente motivata con l’argomentazione costruttivista per cui decidere cosa sia “qualità” di un prodotto scientifico è impresa impossibile, essendo la scienza opera umana socialmente costruita e per questo non oggettivabile e quindi non riducibile a metriche (neopositivistiche o darwiniane dipende dal background del critico di turno), quali che siano. Men che meno a giudizi soggettivi di reviewer (tipo VQR).

Non è mia intenzione difendere le bibliometrie che vanno per la maggiore (H-index in primis, ma anche in questo caso dipende non tanto dall’indice, ma dalla base dati su cui è calcolato: un conto è Google, un altro la core collection delle riviste ISI-WOS). Questo discorso ci porterebbe inevitabilmente lontano, a discutere della natura delle varie discipline e dei loro “usi e costumi” rispetto a cosa si deve pubblicare e su quali riviste – o peggio – libri. O ancora più oltre, a discutere di cosa sia e/o cosa debba essere scienza e metodo scientifico e ancor più cosa sia scienza sociale e metodo nelle scienze sociali…

Però a qualcosa servono, le bibliometrie, anche le più squinternate: a distinguere “grossomodo” chi produce e viene citato, da chi batte la fiacca o non se lo cita quasi nessuno. Dopodiché sappiamo perfettamente che conventicole disciplinari/di parrocchia/di gruppo/di categoria/di genere possono influenzare tali indici attraverso le citazioni incrociate (per non dire delle autocitazioni), ragion per cui confrontare un H-index PoP di 23 con uno di 29 e derivarne un giudizio sulla qualità dei due ricercatori confrontati è operazione priva di senso. Ma un H-index “a due digit” ci dice – rispetto ad un H-index “a un digit” – che il primo ricercatore è più produttivo e più citato (cioè in qualche modo più riconosciuto dalla comunità scientifica) del secondo. Niente di più, ma forse qualcosina…

Sugli ERC invece, riconosco un mio bias: sono fra i valutatori dei progetti ERC (e dei progetti ESF ecc ecc… ) e anni or sono il nostro gruppetto di ricerca ne vinse uno (StG). In più, dirigo una scuola dottorale in Scienze Sociali interdipartimentale e interdisciplinare, e appartengo anche ad un dipartimento di c.d. “Eccellenza”, qualifica che ci è stata riconosciuta sulla base della valutazione VQR delle nostre pubblicazioni. Infine, sono co-editor di una delle riviste internazionali più importanti della mia disciplina (reject rate superiore all’80%), cosa che mi porta a dover valutare almeno un paio di manoscritti a settimana. Posso affermare con una certa tranquillità, dunque, che con il tema della valutazione mi confronto quotidianamente proprio in funzione di questa attività di “servizio alla comunità scientifica” che svolgo.

Gli ERC sono una buona occasione per giovani e meno giovani per ottenere finanziamenti per la loro (essendo individuali) attività di ricerca. Giustamente non è compito della ESF finanziare i sistemi della ricerca dei paesi EU, quindi ben vengano gli ERC, meglio se accanto ad un sistema nazionale di finanziamenti alla ricerca robusto – ma qui si entra nel wishful thinking. Sicuramente, essendo prodotti umani e sociali, gli ERC non sono perfetti e non è perfetta la modalità di selezione degli stessi premiati. Alcune tematiche (due delle quali ricordate anche da Lapini) costituiscono “parole chiave” che alzano le probabilità dei progetti di essere selezionati, così come il sesso dei PI, il paese di provenienza, il topic del progetto, i metodi utilizzati… Allo stesso modo, le commissioni sono disciplinarmente eterogenee, e spesso i progetti vengono affidati a commissari di discipline diverse da quella del progetto sottoposto a valutazione. Quindi capita non di rado che gli esiti lascino perplessi, certamente. E’ abbastanza ovvio, insomma, che il fatto di essersi visti riconoscere un ERC, a qualunque livello, non certifichi automaticamente la “qualità scientifica complessiva” del PI, la quale semmai va valutata dai suoi colleghi – almeno da quelli produttivi quanto lui/lei.

Ma il punto non è criticare un sistema di riconoscimento della ricerca che può essere migliorabile. Il punto dovrebbe essere la critica all’assenza di un sistema di finanziamento della ricerca degno di un paese avanzato. Se il nostro paese avesse compreso che investire nel suo sistema della ricerca significa investire nel suo futuro e nel futuro delle sue giovani generazioni, forse tutta questa polemica non si porrebbe. Allo stesso modo, però, se gli accademici italiani avessero accettato il principio della valutazione, della selezione e più in generale del dover “rendere conto” al paese di quello che producono, di come e quanto insegnano e di come e quanto fanno ricerca… il prestigio e l’autorevolezza delle critiche agli aspetti poco chiari degli ERC, come di qualsiasi altro sistema premiante – logiche dell’ “Eccellenza” incluse – ne uscirebbero sicuramente rafforzati. Se il fantasma di Petrolio, rievocato dalla citazione pasoliniana, contiene un monito valido ancora oggi nell’università nostrana, forse sta proprio in questo: chiudersi in una ottusa difesa di un sistema di privilegi elitario e classista ne favorisce solo lo smantellamento.

*** PAOLO BARBIERI E’ PROFESSORE ORDINARIO PRESSO IL DIPARTIMENTO DI SOCIOLOGIA E RICERCA SOCIALE DI TRENTO E DIRETTORE DEL LABORATORIO “LAVORO, IMPRESA, WELFARE NEL XXI SECOLO”.

1 comments on “Sulla persistente polemica contro la valutazione, la misurazione della qualità della ricerca e i finanziamenti competitivi europei.”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...