L'Italia e la nuova Commissione europea all'esame di europeismo

La nomina di Paolo Gentiloni a Commissario europeo per gli Affari economici è certamente una buona notizia che premia il rientro dell’Italia nel suo ruolo originario di paese europeista voluto dal nuovo governo. Roberto Tamborini spiega perché la missione Gentiloni, e di riflesso quella italiana, non sarà semplice né lineare.

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Autore: Roberto Tamborini***


La nomina di Paolo Gentiloni a Commissario europeo per gli Affari economici è certamente una buona notizia che premia il rientro dell’Italia nel suo ruolo originario di paese europeista voluto dal nuovo governo. Ciò nonostante la missione di Gentiloni, e di riflesso quella italiana, non sarà semplice né lineare.

Il governo è nelle condizioni di attuare un ambizioso programma da molti auspicato: ritornare nelle sedi dove si decidono le politiche europee, non più per ottenere, o pretendere, sconti, ma per contribuire ad una riforma delle strutture di governo dell’Unione lungamente, e inutilmente, attesa ancorché sviscerata da autorevoli studi, proposte e progetti da riempire la biblioteca di Alessandria. A tal fine occorre però quello che gli economisti chiamano “credibility building”. Il rovescio della medaglia di un italiano agli Affari economici è che dovrà dimostrare, almeno per un congruo periodo iniziale, di non essere “italiano” ma “europeo”, praticando, e ostentando, imparzialità e severità. Le personalità europee provenienti da paesi “forti”, o che vengono ritenuti tali, ne sono generalmente esentate. Ma l’Italia è un paese debole, sia per il perennemente grande debito pubblico, sia per un passato di credibilità non impeccabile, a cui si è aggiunto l’anno del carnevale giallo-verde.

In secondo luogo, Gentiloni e il governo italiano si confronteranno con una Commissione che a sua volta è allo stato nascente e deve costruirsi una reputazione prima di intraprendere una qualsiasi linea politica ben definita. Prova ne sia la lettera d’incarico a Gentiloni della neo Presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Una lettura raccomandabile a chi pensa che i “ma … anche” e i “questo e quello” siano un’esclusiva della politica italiana.

L’imperativo di agire per l’Europa, e non per gli interessi nazionali, è espresso molto chiaramente. Ma cosa significa in concreto? Prendiamo il tema forse più importante e spinoso sul tavolo: le regole del Patto di stabilità e crescita. Qual è la latitudine dello spazio politico tra applicarle così come sono (se non rafforzarle), applicarle “con flessibilità”, o riformarle (come)?

Per un verso sembra che il mandato sia limitato alla seconda opzione. Le regole di bilancio “vanno applicate” con “la flessibilità consentita dalle regole stesse”. Non c’è menzione esplicita di riforma del Patto. In buona sostanza, poco o nulla da cambiare, ma spazio per interpretare e negoziare, cioè la linea di cui i paesi austeri hanno aspramente accusato la Commissione Juncker?

Ma forse c’è di più, perché Gentiloni ha anche il mandato di “concentrarsi sull’ulteriore approfondimento (further deepening) dell’Unione economica e monetaria”. Ulteriore approfondimento è un’allocuzione verbale brussellese che per alcuni significa rendere più stringenti le regole attuali per ogni singolo governo “sovrano”, magari affidandone l’applicazione ad organi tecnocratici, ma per altri significa introdurre nuove forme di coordinamento o istituti genuinamente sovranazionali.  Si noti che in entrambe le accezioni si profilerebbe l’eutanasia della Commissione com’è stata finora.

Nello stesso paragrafo sta anche scritto che tale programma (quale?) “ci aiuterà a realizzare una posizione fiscale aggregata dell’ area euro (euro area fiscal stance) più amica della crescita e a stimolare gli investimenti, salvaguardando la responsabilità fiscale”.  L’idea di una posizione fiscale aggregata apre un altro capitolo  “divisivo”, per usare un eufemismo. Per molti economisti si tratta di una basilare necessità macroeconomica legata alla creazione di un’area con una politica monetaria unica, la quale richiede che sia definita, in maniera coerente, anche la posizione fiscale aggregata dei paesi membri. Ma questa idea, oltre ad essere avversata dai paesi austeri, non è compatibile ipso facto con le regole vigenti, che si occupano dei singoli paesi uno ad uno.

L’enigma del mandato economico di Gentiloni s’infittisce nei capoversi successivi, dove si parla anche di “assicurare all’Europa un aumento della resilienza agli shock e di stabilizzazione in caso di un’altra recessione” (quella in arrivo, o non è ancora abbastanza grave?). Ma un consistente filone di studi ha evidenziato che per ottenere questi obiettivi, comuni a tutte le economie moderne, è necessario riformare le regole vigenti, in quanto costituiscono un ostacolo significativo. E poi anche, “disegnare un schema europeo di assicurazione contro la disoccupazione”, “coordinare il lancio del futuro programma InvestEU assicurando che contribuisca agli obiettivi di neutralità climatica e transizione digitale” e infine provvedere ad una dettagliata lista di riforme delle imposte in vari settori economici con un’elevata componente di armonizzazione “verso l’alto” (e non più “verso il basso” come avvenuto  finora).  Per esser chiari, personalmente li ritengo tutti obiettivi auspicabili, anzi necessari se si vuol raccogliere il messaggio forte e chiaro arrivato dalle urne elettorali di singoli paesi e dell’Unione.  Il problema è che questi obiettivi non sono realizzabili, o solo in piccola misura, a Trattati vigenti, e data l’attuale costituzione materiale dell’Unione monetaria.  La Commissione dovrà chiarirsi bene le idee, trovare il coraggio di esporle, e la forza politica di realizzarle. Non sarà solo Gentiloni a dover superare l’esame di europeismo.


*** Roberto Tamborini è professore ordinario presso il Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Trento e membro del laboratorio LIW.

 

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