The Macroeconomics of Populism. Un commento

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Autore: Roberto Tamborini***


Interessante questo articolo del 1990 di Dornbusch ed Evans, visto che ormai dilaga l’esegesi del populismo. Per i lettori più giovani, o non economisti, è utile ricordare che uno degli autori, Rudiger Dornbusch, del MIT di Cambridge (USA), fu uno dei più influenti macroeconomisti tra anni ’70 e ’90, in particolare proprio per quanto riguarda i paesi in via di sviluppo (allora si chiamavano così) e l’America Latina (Dornbusch è prematuramente scomparso nel 2002).

Dornbusch ed Evans si propongono d’individuare i tratti salienti e comuni della “Macroeconomia del populismo” che ha storicamente caratterizzato l’America Latina, la quale ne è vittima in modo ricorrente. Secondo gli autori, il populismo latinoamericano ha avuto una varietà di coloriture politiche, dall’estrema destra all’estrema sinistra, a fronte invece di una certa comunanza di analisi e politiche macro-economiche. Quindi si tratta di un’analisi da un angolo visuale specifico, sia disciplinare che geo-storico. Essa tuttavia presenta degli aspetti stimolanti anche per l’oggi.

Partirei subito dalla definizione di populismo di Dornbusch ed Evans.

“Per noi il ‘populismo economico’ è un approccio all’economia (economics) che enfatizza (emphasizes) la crescita e la distribuzione del reddito e trascura (deemphasizes) i rischi d’inflazione e disavanzi finanziari, i vincoli esterni, e la reazione degli attori economici a politiche non-di-mercato  (nonmarket) aggressive” (p. 9). Sembra una carta d’identità che coglie bene i tratti salienti di molte vicende, passate e recenti,  che invariabilmente si sono concluse a causa di “pressioni macroeconomiche insostenibili, caduta dei salari reali, severe difficoltà della bilancia dei pagamenti (…) inflazione galoppante, crisi e collasso del sistema economico” (p.7).

Dopo una lettura attenta di questa definizione di populismo, mi ha incuriosito provare a utilizzarla per questo esperimento concettuale: facendo l’opposto dei populisti si ottiene una buona guida alla politica economica? Proviamo.

La buona politica economica è un approccio all’economia che trascura la crescita e la distribuzione del reddito e la reazione a politiche pro-mercato aggressive, mentre enfatizza i rischi d’inflazione e disavanzi finanziari, i vincoli esterni, e la reazione degli attori economici a politiche non-di-mercato .

Non vi sembra l’identikit della buona politica economica? Neanche a me. E, a giudicare dal seguito dell’articolo, neanche a Dornbusch ed Evans. Ma com’è possibile che facendo l’opposto del male non si ottiene il bene? Il punto chiave del paradosso è che tutti gli elementi utilizzati da Dornbusch ed Evans per comporre il quadro della politica economica sono ugualmente meritevoli di tutela pubblica e sociale: la crescita, la distribuzione del reddito, la stabilità monetaria, la stabilità finanziaria e quella valutaria, il rispetto delle libertà economiche e degli altri diritti fondamentali. Perciò le parole chiave della definizione di populismo di Dornbusch ed Evans sono “enfatizzare” e “trascurare”, stando ad indicare uno sbilanciamento della politica a favore di alcuni elementi e a danno di altri. E’ lo sbilanciamento che crea i presupposti del fallimento. Ed è per questo che semplicemente invertendo i termini dello sbilanciamento, scambiando l’ordine di cosa viene “enfatizzato” e cosa “trascurato”, non troviamo  la buona politica economica, ma l’opposto estremismo del populismo.

Come dicevo all’inizio, l’articolo di Dornbusch ed Evans va anche contestualizzato. Siamo nel 1990, in una fase di passaggio dell’America Latina verso sistemi politici più “ortodossi” sotto la guida, diretta o indiretta, del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, il cosiddetto “Washington Consensus“. L’esperienza degli anni ’90 però non fu priva di crisi e fallimenti tra i paesi emergenti. Alla fine del decennio Joseph Stiglitz, dopo le dimissioni da Chief Economist della Banca Mondiale,  pubblicò il libro Globalization and its discontents (tr. it.  La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, 2002) che conteneva una  dura revisione critica delle politiche del Washington Consensus, e contribuì ad un significativo cambiamento di approccio degli organismi internazionali.

Negli ulteriori vent’anni che son trascorsi fino ad oggi, sappiamo quel che è successo su scala globale e, stavolta, anche nei paesi economicamente più avanzati. Lo sappiamo grazie ai numerosi studiosi, maggiori e minori, che non hanno smesso di raccogliere dati, esaminarli, ragionarci sopra, guidati dall’idea che è lo sbilanciamento delle politiche che crea le premesse dei loro fallimenti. Sappiamo, cioè, che le politiche predominanti sono state molto più vicine all’ identikit dell’opposto estremismo del populismo (tranne che per la comune adorazione totemica della crescita ad ogni costo), piuttosto che a quello della buona politica del bilanciamento dei vari elementi.

Per chiudere il cerchio, mi valgo della magnifica conferenza di apertura del Festival dell’Economia di Trento 2019 tenuta da James Robinson, eminente politologo dell’Università di Chicago, e co-autore con Daron Acemoglou di alcuni libri molto influenti sulle origini profonde della prosperità o del declino delle società moderne. In buona sostanza, Robinson ci ha spiegato che i nuovi populisti, questa volta nei paesi avanzati (!), non sono piovuti da Marte. Sono la reazione, se vogliamo un nuovo opposto estremismo, all’ “elitismo” dell’ultimo trentennio. Robinson ha argomentato questa tesi utilizzando la propria teoria, ispirata da Machiavelli, secondo la quale il “buon governo” (la buona democrazia e le buone politiche)  è un tragitto non lineare che risulta dalle spinte contrapposte tra le “élite”, che tendono a sopraffare il “popolo”, e viceversa.

Naturalmente “élite” e “popolo” vanno identificati con cura in ogni specifica circostanza storica. Chi sono le “élite” oggi? A grandi linee, coloro che controllano le risorse materiali (denaro, mezzi di produzione, mezzi di comunicazione, posti di comando, …) e immateriali (conoscenza, esposizione mediatica, potere di mercato, potere politico, …) grazie alle quali possono appropriarsi in misura preponderante (sproporzionata?) dei frutti del funzionamento del sistema economico. Una definizione sorprendentemente (ma forse no) vicina a quella da cui partì John Rawls nella sua opera fondamentale (A Theory of Justice), per definire i criteri di giustizia per la redistribuzione dei frutti che collettivamente produciamo vivendo in una “società ben ordinata”.

Riassumendo, l’articolo di Dornbusch ed Evans (con qualche altra lettura) ci offre due buone idee su cui lavorare.  La prima: è lo sbilanciamento delle politiche rispetto a tutti gli elementi, soggetti, valori in gioco che ne determina il fallimento. La seconda: attenzione, non c’è una sola alternativa al populismo, ma non tutte sono buone, in particolare il suo opposto estremismo.


*** Roberto Tamborini è professore ordinario presso il Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Trento e membro del laboratorio LIW.

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