Gilets jaunes? Uno sguardo sociologico e qualche nota a margine

Che c’entrano i “gilet gialli” francesi e la loro rivolta con il Lavoro, le Imprese e il Welfare?

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Autore: Paolo Barbieri***

yellow-vests-3854259_1920Su un blog di un centro che si occupa di lavoro, impresa e welfare, un intervento che a prima vista puzzi di ‘politica’ rischia di apparire fuori luogo. Che c’entrano i “gilet gialli” francesi e la loro rivolta con il Lavoro, le Imprese e il Welfare? Moltissimo!

Abbiamo assistito ad un crescendo di rabbia espressa con sempre maggiore violenza e, ciononostante, a manifestazioni che, una dopo l’altra, sono state in grado di chiamare a raccolta un numero crescente di individui. È un fenomeno sicuramente sociale, ma le cui motivazioni sono anche profondamente economiche, che al momento non ha ancora trovato uno sbocco e che essendo assolutamente radicale ed estremo (azzardo una previsione) non è detto – e forse nemmeno augurabile – che lo troverà a breve. Non mi picco di fare il sociologo politico da talk show né lo scienziato politico che ex-post facto ha una spiegazione per tutto.

Torniamo a bomba: un fenomeno profondamente radicato nelle motivazioni socioeconomiche che da anni squassano la società francese e che, tali e quali, si ritrovano in tutte le società europee e in particolare sud-europee. Un popolo di sanculotti che si ribella ai privilegi di élite ritenute privilegiate in assenza di meriti specifici – come dargli torto, considerando l’attuale ‘governance’ francese – o italiana? La marea crescente della diseguaglianza – sociale, economica, di chance di vita e di destino intergenerazionale – che diviene benzina gettata su una brace che covava da tempo, e che ora divampa. Contenuti di destra? Di sinistra? Contenuti gretti, confusi, involuti, portati in piazza da decine di migliaia di soggetti appartenenti alle classi subalterne, in modo rozzo, estremo e perciò incivile. Ma che urlano chiaro al mondo francese ed europeo una rabbia verso un modello di società francese ed europea divenuta sempre più classista, che li esclude mentre privilegia apertamente un mondo fatto solo di pochi belli, ricchi, privilegiati e inceronati.

La crescita – e la distribuzione – della diseguaglianza è un fatto socioeconomico, e come tale ci riguarda. Come ci riguardano la crescita del precariato lavorativo, dell’in-work poverty, delle imprese che delocalizzano e licenziano, del welfare che taglia trasferimenti e servizi altrimenti destinabili alla copertura dei nuovi rischi sociali. Come ci riguardano scelte economiche di consolidamento fiscale “senza se e senza ma” se originano un’enorme e prolungata crisi di domanda aggregata per arginare la quale non basta la tradizionale politica monetaria. In Francia, e tanto più in Italia, la spesa per l’integrazione sociale degli ultimi e dei penultimi è a livelli miserabili mentre i più ricchi diventano sempre più ricchi. Davvero qualcuno poteva ritenere che una tale situazione non esplodesse? Quanto ci metteranno le banlieue parigine ad accodarsi ai gilet gialli?

Questa è una rivolta di classe, una classe puzzolente, ignorante, come sempre sono state le classi subalterne, una classe che si rivolta, e che porta la rivolta in casa dei ricchi, mentre riecheggia il “Battete in piazza il calpestio delle rivolte!” senza avere lo sguardo rivolto al futuro né la speranza consolatrice (o illusoria) delle rivolte che precedettero questa ennesima penultima rivolta. Alla faccia dei postmodernismi e dei relativismi di comodo, questa è ancora una rivolta di classe, di una classe sperduta nel precariato, nell’esclusione sociale, nella sotto-occupazione, nel lavoro impoverito e disprezzato, nei consumi ridotti all’osso e che perciò si ribella a qualche centesimo di aumento del carburante (+0,76 euro per il gasolio, +0,39 per la benzina) per le loro auto vecchie e inquinanti, lontane dalla correctness carina e perbene dell’economia verde e circolare di chi l’auto può permettersi di cambiarla a ciclo continuo o di non usarla nemmeno perché vive nei centri urbani ben serviti[i]. Una rivolta di classe che odia e che in quell’odio perde di vista la distinzione fra i primi e gli ultimi, fra i privilegiati e i dannati della terra, mentre si ribella ai governi dei belli-e-ricchi, dei politically correct, delle politiche perbene fatte di quote rosa, verdi, arcobaleno o che altro… Politiche che chiedono, con tanta correctness, mero riconoscimento microcorporativo, mentre i sanculotti da troppo tempo aspettano redistribuzione. Lo stesso sentire di abbandono, tanto confuso quanto denso di rancore cova, misto a disperazione, nelle periferie dell’Europa a due velocità…

Dunque, le dinamiche alla base della rivolta dei gilet gialli c’entrano con ciò di cui si occupa il Laboratorio, ma soprattutto c’entrano con ciò che dovrebbero studiare, ed analizzare, le scienze sociali: la marea montante della diseguaglianza, profondamente connotata in termini di classe sociale occupazionalmente definita e radicata nelle condizioni produttive e di mercato del lavoro occidentali. Lavoro, Impresa, Welfare come origini e al tempo stesso medicamenti possibili della diseguaglianza, anche di quella di classe sociale.

Chiudo con una nota di sconsolante sconforto. Si cercherebbe invano, nei nostri corsi di laurea, un corso che insegni cosa è “classe sociale”, come la si definisce, come la si operazionalizza, come e quanto la stratificazione sociale spiega, ancora oggi, nelle condizioni produttive postindustriali della digital economy, la quantità di diseguaglianza in cui siamo immersi… La classe sociale, e il conseguente conflitto di classe, sono spariti dalle nostre aule, dai nostri ben compilati syllabi: ineleganti fantasmi del secolo scorso, passati di moda come un abito vecchio, roba che puzza, per gente che puzza. Di bruciato.


[i]I dati Insee (l’Istituto centrale di statistica francese) mostrano come la frattura di classe sociale si sia riversata sui territori, combinandosi quindi con quella centro-periferia. Solo le classi ricche possono ormai permettersi i costi di vivere a Parigi. E’ indicativo che solo il 13% dei parigini utilizzi l’auto per recarsi al lavoro, contro il 38% degli abitanti della prima cintura della capitale e il 61% della seconda fascia periferica, e il 78% della regione dell’Île-de-France. Addirittura solo il 36% di chi vive nella capitale possiede un’auto, mentre nella regione parigina si arriva al 66,7%, dato che sale ulteriormente in regioni più distanti dalla capitale, come la Bretagna (87%), la Loira (86,8%). In Corsica si arriva all’86,3%. La media dell’intero Paese (80,1%) evidenzia le differenze fra centro privilegiato e periferie abbandonate, soprattutto tenendo in considerazione che la densità abitativa della Francia è molto bassa (103 abitanti per km², la metà rispetto all’Italia) e gli spostamenti, al di fuori delle aree metropolitane, avvengono quasi solo con mezzi propri.Non si tratta di individui poveri in senso stretto, ma di uno strato della popolazione (working class, pendolari, disoccupati, precari, pseudo-autonomi) che vive in condizioni di crescente disagio, in aumento dal 2008, l’anno della crisi economica. Secondo l’Insee, la metà della popolazione francese dell’interno ha uno stipendio medio che oscilla tra i 1,139 e 2,125 euro al mese, senza aver visto un incremento negli ultimi 10 anni. Questa condizione ha chiaramente aumentato la diseguaglianza sociale, reale e percepita…


*** Paolo Barbieri è professore ordinario di Sociologia dei processi economici e del lavoro presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento e coordina il laboratorio “Lavoro, Impresa, Welfare nel XXI Secolo”.

1 comments on “Gilets jaunes? Uno sguardo sociologico e qualche nota a margine”

  1. Quasi due francesi su tre (64%) continuano a “sostenere” i gilet gialli, due punti percentuali più di un mese fa, e il 77% (+3%) giustifica la loro mobilitazione.
    Dati di Febbraio 2019.

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