Privilegi consolidati in Rendite. Commento a caldo sul DEF 2018

Chiediamoci una buona volta se vale la pena mettere a rischio il nostro futuro prossimo, nonché quello – prossimo e meno prossimo – delle giovani generazioni di questo paese.
Un commento a caldo di Paolo Barbieri sul DEF 2018

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Autore: Paolo Barbieri***

Infine, ce l’hanno fatta. I nostri nuovi governanti si erano impegnati chi a mandare in soffitta (meglio: in pensione) la legge Fornero, ingraziandosi in questo modo un elettorato di maschi adulti-anziani a medio-bassa qualifica tipico delle regioni del nord, chi a distribuire fantomatici “redditi di cittadinanza” per tutti.

Sulla segregazione territoriale e sociale degli elettorati di Lega (o come si chiama oggi, dopo il restyling dovuto alle inchieste della magistratura sui fondi pubblici spariti) e 5Stelle, si era già letto molto. Si sapeva che erano constituencies diversissime e che l’accontentarle – soprattutto in funzione del voto alle europee – avrebbe richiesto deficit spending in allegria. E difatti oggi sono in parecchi a teorizzare che si crea crescita in disavanzo (rimando all’intervento di Roberto Tamborini), senza distinguere fra disavanzi clientelar-parassitari e disavanzi per investimenti reali. Nel dubbio, quelli di cui oggi si tratta sono del primo tipo. Qualcuno per favore ricordi Claudio Napoleoni e la necessità della “Lotta alle rendite” tantopiù quelle clientelar-parassitarie, improduttive.

Oggi vediamo chi saranno le vittime di questa ennesima orgia di spesa pubblica pre-elettoralistica: giovani e lavoratori dipendenti. Ci troviamo di fronte a misure che disfano o minacciano di disfare quel poco che (male e stentatamente) i precedenti governi erano riusciti a fare, fra mille contraddizioni: una riforma delle pensioni che sveltiva la transizione ad un sistema contributivo, riparametrando da un lato le prestazioni pensionistiche all’ammontare di contributi effettivamente versati e dall’altro l’anzianità contributiva all’aumento dell’aspettativa di vita della popolazione, e in prospettiva cercando di sanare una diseguaglianza di trattamenti che rischiava (tanto più oggi!) di far saltare il “patto intergenerazionale” su cui qualsiasi sistema pensionistico si deve reggere. Una riforma dell’indennità di disoccupazione (largamente sottofinanziata) che, una volta tanto, appariva pensata e progettata al fine di cercare di stabilire principi civili di tutela dai rischi sociali eliminando diseguaglianze fra più protetti e per niente protetti dalla disoccupazione. Una riforma dell’assistenza – il REI – che, ancora, provava a stabilire principi universalistici di protezione dei soggetti più deboli abbandonando – fatto più unico che raro nel nostro paese – la logica degli interventi categorial-corporativi. Riforme fatte senza convinzione da governi deboli, a budget risicati per un paese civile, pochissimo spiegate e malissimo comunicate agli elettori, ma che (per l’impegno dei pochi che hanno creduto in tali riforme e le hanno portate a compimento) provavano ad andare nella direzione giusta: lavorare per ridurre le diseguaglianze (anche di trattamento) nel nostro paese, il vero problema degli ultimi decenni. Oggi invece ci troviamo di fronte ad un provvedimento degno dei peggiori governi pentapartiti dei famigerati anni ’80, quelli che hanno visto l’esplosione del debito pubblico, un debito che inevitabilmente si è scaricato sulle giovani generazioni esattamente come il nuovo debito ed i maggiori interessi sul debito pubblico conseguenti agli aumenti dello spread, si scaricheranno sulle stesse giovani generazioni…

Chiediamoci una buona volta se vale la pena mettere a rischio il nostro futuro prossimo, nonché quello – prossimo e meno prossimo – delle giovani generazioni di questo paese per dare 16 miliardi di euro ai pensionati, per l’ennesimo-penultimo condono fiscale ai soliti evasori, o per cambiare colore a sussidi che già esistevano. Seguiremo nelle prossime settimane l’evoluzione della situazione economica e cercheremo di commentarla. Possiamo però sin da ora attenderci un peggioramento delle condizioni di iniquità sociali ed intergenerazionali negli anni a venire.

*** Paolo Barbieri è professore ordinario di Sociologia dei processi economici e del lavoro presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento e coordina il laboratorio “Lavoro, Impresa, Welfare nel XXI Secolo”. 

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