I contratti di lavoro temporanei e “the market for lemons” in Italia

I contratti di lavoro temporanei sono spesso considerati una potenziale risorsa tanto per il lavoratore, per cui possono rappresentare un accesso al lavoro stabile, quanto per le imprese, le quali possono avvalersi di uno strumento di selezione flessibile e prolungato nel tempo per selezionare quei lavoratori da assumere stabilmente. Barbieri e Cutuli ne hanno analizzato l’impatto in un mercato del lavoro fortemente dualizzato come quello italiano.

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Tratto dalla ricereca di Paolo Barbieri e Giorgio Cutuli (2018) Dual Labour market Intermediaries in Italy: How to Lay off “Lemons” – Thereby Creating a Problem of Adverse Selection, pubblicata in De Economist,https://doi.org/10.1007/s10645-018-9324-0.

Stando alla teoria economica neoclassica, in un mercato perfettamente competitivo, l’impresa paga il lavoratore sulla base della sua produttività marginale. Tuttavia, il mercato del lavoro è caratterizzato da un’asimmetria informativa, per cui entrambi i contraenti (lavoratori e imprese) nel momento in cui il matching fra domanda e offerta si realizza, hanno in realtà informazioni limitate e talvolta anche distorte sulle caratteristiche e la produttività dell’altro.

Uno strumento che in letteratura è stato presentato come un efficiente screening device e un potenziale “trampolino di lancio” verso il mercato primario del lavoro, è rappresentato dai contratti di lavoro temporanei, i quali permetterebbero alle imprese di avvalersi di un periodo di prova prolungato per testare le caratteristiche dei lavoratori e quindi scegliere i più produttivi. I contratti di lavoro atipico, si sostiene, possono pertanto essere considerati come dei veri e propri intermediari del mercato del lavoro, potendo cioè rendere più efficiente l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, e potenziando la relazione tra produttività del lavoro e probabilità di ingresso e carriera nel mercato del lavoro garantito.

Secondo questa interpretazione, le forme di lavoro flessibili svolgono quindi una vera e propria funzione economica: riducono sensibilmente i costi di ricerca del personale, affrontano il problema delle asimmetrie informative tra le parti coinvolte, possono aiutare a prevedere effetti di selezione avversa, così come eventuali lacune nella produttività del lavoro.

In un mercato di lavoro profondamente dualizzato, come quello italiano, i contratti di lavoro a tempo determinato, possono davvero funzionare come momenti di selezione e trampolini verso un’occupazione stabile e sicura per (parte almeno della) forza lavoro?

Per rispondere a questa domanda, bisogna partire dalla considerazione della forte segmentazione del mercato del lavoro italiano. A seguito delle riforme adottate alla fine del secolo scorso e all’inizio di questo secolo, tra le quali le leggi Treu (1997) e Biagi (2003), il mercato del lavoro italiano ha acquisito una natura duale: nel mercato primario troviamo i lavoratori assunti tramite contratti a tempo indeterminato, mentre nel mercato secondario troviamo una crescente quota di (giovani) lavoratori assunti attraverso vari tipi di contratti atipici, i quali non forniscono una serie di tutele che sono invece garantite agli appartenenti al primo gruppo.

Utilizzando i dati del panel Banca d’Italia, Barbieri e Cutuli hanno analizzato le implicazioni dei lavori temporanei sui salari e sulle carriere di 8.500 lavoratori dipendenti italiani nel periodo che va dal 2004 al 2014.

Risultati di ricerca:

In primo luogo, la ricerca mostra il persistere di profondi differenziali salariali tra occupazione permanente e occupazione temporanea, differenziali che sono rimasti stabili nel periodo osservato, ad indicare come la penalizzazione salariale che colpisce gli occupati nel mercato del lavoro secondario sia diventata una caratteristica stabile dell’occupazione italiana, trasformandosi in una fonte strutturale di diseguaglianza socio-economica.

Assumendo i salari come indicatori della produttività dei lavoratori, si possono esaminare le probabilità che lavoratori temporanei collocati in diversi quantili della distribuzione dei salari hanno di transitare verso occupazioni stabili nel mercato del lavoro primario. Infatti, i lavoratori temporanei più pagati – e quindi più produttivi – dovrebbero avere chance più elevate di essere selezionati per una posizione “sicura” nel mercato primario del lavoro. In realtà, così non avviene: le chance di essere assunti stabilmente sono ugualmente basse per tutti, indipendentemente dai livelli salariali e di produttività mostrati dai lavoratori temporanei, mentre le probabilità di restare disoccupati al termine del contratto temporaneo sono molto elevate per i lavoratori meno pagati e meno produttivi.

Questo significa che in Italia le imprese non utilizzano affatto i contratti di lavoro temporaneo come strumento di selezione della forza lavoro più produttiva, ma per altri fini: in primo luogo per ridurre, complessivamente, il costo del lavoro e in secondo luogo come strumento di screening utilizzato per individuare e quindi allontanare i lavoratori meno produttivi una volta scaduto il contratto.

Si tratta di un risultato di ricerca innovativo che sottolinea come misure pensate come opzioni di policy (anche se supply-side policy) per migliorare il matching fra domanda e offerta di lavoro e quindi per rendere i processi produttivi nel complesso più efficienti, finiscano poi con l’essere utilizzate per scopi diversi da quelli che si era prefisso il legislatore.

C’è di più: se il contratto di lavoro temporaneo viene utilizzato dalle imprese per selezionare chi scartare, e se questi comportamenti si consolidano, non può che conseguirne una concentrazione nel mercato del lavoro secondario di forza lavoro “scartata”, poco produttiva, o comunque poco accetta alle imprese. Questo produrrà inevitabilmente la creazione di una sorta di stigma per coloro che nel proprio CV recano esperienze di lavoro temporaneo, con l’avvio di un loop perverso di aspettative negative e di selezione avversa dei meno produttivi nel mercato del lavoro secondario. Insomma, una nuova frattura sociale fra insider e outsider…

Tratto dalla ricereca di Paolo Barbieri e Giorgio Cutuli (2018) Dual Labour market Intermediaries in Italy: How to Lay off “Lemons” – Thereby Creating a Problem of Adverse Selection, pubblicata in De Economist,https://doi.org/10.1007/s10645-018-9324-0.

 

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